“Se gli Stati facessero bene il loro lavoro, le corti internazionali sarebbero disoccupate” è questa la provocazione lanciata da Micaela Frulli, giurista e docente universitaria, con cui si è aperto l’incontro moderato dal vicedirettore Jacopo Zanchini. Insieme a lei sul palco era presente Philippe Sands, avvocato di fama internazionale e docente di diritto.
Il cuore del dibattito risiede proprio nell’idea racchiusa nel titolo dell’incontro, “In attesa di giustizia”: chiedere conto dei propri crimini ai potenti del mondo può richiedere anni, ma resta una battaglia indispensabile contro l’impunità. Se i responsabili delle atrocità non vengono assicurati alla giustizia, si rischia infatti di alimentare un circolo vizioso di violenza impunita.
L’incontro ha ripercorso questo filo conduttore prendendo le mosse dal celebre caso Pinochet, nel quale Sands ha lavorato come avvocato dell’accusa. Questo processo segnò una svolta storica: per la prima volta venne stabilito il principio secondo cui l’immunità dei capi di Stato decade di fronte a reati gravissimi come la tortura e i crimini contro l’umanità.
Uno sguardo rivolto all’attualità mostra tuttavia quanto questo percorso sia ancora complesso. Ne è un esempio concreto il caso di Benjamin Netanyahu, nei cui confronti la Corte Penale Internazionale ha richiesto un mandato di arresto: le accuse formali contestate riguardano i crimini di guerra e contro l’umanità, ma non il reato di genocidio.
L’incontro si è così concluso con una nuova consapevolezza: la giustizia internazionale non è un traguardo immediato, ma un percorso lungo e complesso. Da Sands e Frulli arriva infatti un messaggio chiaro: per quanto la strada sia tortuosa, la lotta all’impunità resta l’unico vero strumento contro i soprusi del potere.