Il giorno 17 maggio, in sala gialla, il gruppo di lettura del Bookstock ha incontrato il giornalista e scrittore Alessandro Ceschi per parlare del suo romanzo d’esordio “Ho fatto un sogno in Mandarino”, pubblicato a maggio 2026 da EDT. Il romanzo racconta la sua esperienza dopo essersi trasferito in Cina nel 2016. L’incontro verte sulle differenze tra Italia e Cina e sul ricercare la propria identità, sull’essere giovani e fragili.
La prima delle domande poste dalle ragazze che l’hanno intervistato riguarda la lingua in cui sogna, riprendendo esattamente il titolo del suo memoir. L’autore rivela di sentire il mandarino molto vicino come lingua al punto da sognare principalmente in questa piuttosto che in italiano, gli capita dopo lunghi periodi passati in Italia di tornare momentaneamente a sognare in Italiano.
È proprio il parlare in più lingue e assumere identità diverse il tema della seconda domanda, a partire dal fatto che all’inizio del suo percorso accademico è stato traslitterato il suo nome italiano con caratteri cinesi. Ale diventa dunque Yalì, come viene battezzato passivamente in Cina. Racconta di aver assunto questo nome all’inizio passivamente perché battezzato con la traslitterazione dal cinese, perché battezzato e poi di esserselo cucito addosso come una seconda pelle, giorno dopo giorno, che lo influenza profondamente. Racconta che i suoi due nomi conducono a persone completamente differenti. All’interno del memoir lui arriva a parlare della sua personalità cinese in terza persona, Alex e Yalì sono differenti, hanno abitudini e identità diverse. Racconta che le due personalità hanno scritto questo memoir a quattro mani, o meglio che questo testo sia stato un ponte tra le sue due identità che stanno ancora imparando a convergere in una persona unica.
Sostiene inoltre che dopo nove anni non si senta più uno straniero, ma che questo processo sia stato graduale dentro di lui. A favorire la sua integrazione come “Cittadino” cinese è stato il periodo del COVID-19, in cui lui è rimasto in Cina. Sostiene che il Covid abbia democratizzato, sotto alcuni punti di vista la nazione, uguagliando le poche possibilità disponibili e costringendo i vicini a scambi (ad esempio tra sale e zucchero, tra caffè e uova) e avvicinando tutti. ,
Racconta che molto spesso viene inseguito dagli stereotipi sugli italiani, e che alcuni suoi ospiti, mentre cucinava, sono arrivati a portargli interi ananas celebrando il celebre meme dell’ananas sulla pizza.
L’incontro si conclude con una riflessione sui giovani e sul desiderio di cercare il loro posto nella vita, racconta che lui stesso, prima del suo viaggio in Cina, si è sentito perso, racconta che questo lo ha spinto a ricercare il suo posto nel mondo anche se lontano da casa. Infatti, come lui stesso ha scritto «Nella lunga strada che è la vita in questo paese, mi trovavo in uno strano vuoto, incerto su dove avrei mosso il prossimo passo. […] Ma non avevo voglia di arrendermi…».