Laboratorio, Leggere Lolita a Teheran 2026, Un libro tante scuole

Non si può imprigionare un’idea


Eleonora Rossetto

IIS Boscardin - Vicenza

Nome Scuola

IIS Boscardin

Città Scuola

Vicenza

Nel libro “leggere Lolita a Teheran” si trovano molte storie affascinanti, ma quella che mi ha colpito di più è stata quella di Sanaz. Sanaz è una giovane ragazza di bellezza naturale, ed è proprio questa sua bellezza che la condanna perché vista come una provocazione. Per sopravvivere e non essere fermata deve nascondere ogni ciocca di capelli e ogni movimento perché non attiri attenzione. La sua storia è facilmente associabile a quella di Lolita, la protagonista dell’omonimo romanzo di Nabokov. Come a Lolita è stata rubata la vita da un uomo che pretende di amarla ma che in realtà la possiede, così Sanaz ha un fidanzato all’estero che cerca di controllarla imponendole delle rigide regole da seguire. Inoltre, la sua famiglia la sorveglia costantemente – un esempio nel racconto è stato quando arriva in ritardo al primo seminario, per colpa di suo fratello che voleva accompagnarla a tutti i costi – e lo Stato in cui vive decide come si deve vestire e camminare. Non ha uno spazio suo, la sua identità è “scritta dagli altri”.

Sanaz vive allora due vite e indossa due volti. Quando arriva a casa della professoressa si toglie il pesante scialle e l’impermeabile nero, per rivelare gli abiti colorati che porta sotto. E il suo viso in pubblico è invisibile: è la “Sanaz pubblica” che si dimostra finta e castigata, con lo sguardo rivolto a terra. In privato invece, è la Sanaz vera e vitale. Lolita faceva lo stesso, recitando la parte che Humbert voleva per lei, mentre la sua anima appassiva e desidera (a differenza delle altre ragazze del seminario, critiche e ribelli) solo una vita normale, vuole amare, essere amata e essere guardata senza giudizi, libera di dimostrare la sua gioventù. Ed è questo tipo di semplicità che desidera Sanaz, ma che le viene negata, esattamente come a Lolita viene negata all’infanzia.

Un’altra storia che colpisce molto è proprio quella di Azar, la voce narrante che possiamo vedere come la protagonista. Azar colpisce molto con la sua integrità. Rinuncia alla sua cattedra all’università perché non ce la faceva più a sopportare quell’ambiente opprimente ed a essere costretta ad indossare il velo, simbolo dell’imposizione che cancella la libertà di scelta. Dopo aver lasciato la cattedra fonda un seminario a casa sua, in cui dimostra che la vera cattedra di un insegnante è dove c’è libertà di pensiero, non necessariamente in un’aula istituzionale. Colpisce molto come lei riesca ad aiutare le ragazze a fare emergere le loro identità soffocate dal regime. Azar è la rappresentazione vivente che non si può imprigionare un’idea. Anche se le sue studentesse in quanto donne vengono recluse, le loro menti, guidate da Azar, restano libere di viaggiare.

Leggendo le storie di queste ragazze ho pensato molto a come si può dare scontata la propria libertà e che bisogna ringraziare per ogni giorno di questa fortuna che ad altre viene negata. C’è solo una cosa che mi fa arrabbiare di queste storie: come hanno fatto a sopportare per anni un regime così duro? Perché la protagonista non se n’è andata via prima? Se tutte le donne avessero provato ad andarsene nel momento in cui potevano, cosa sarebbe successo? Il racconto ha un finale agrodolce, considerando purtroppo che si tratta di un fatto reale nel quale l’unica soluzione per vivere decentemente è andarsene. Per questo in complesso il libro mi ha dato tanto dispiacere per le ragazze in Iran.

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