In Europa, quando si parla di Asia e di continente asiatico subito si pensa a un continente vastissimo, con una popolazione che supera i 4 miliardi e mezzo di individui e un grande polo industriale, economico e sociale. Ma siamo sicuri che dell’Asia si possa dire solo questo? Guardando al passato, possiamo trovare una storia lunga secoli di eventi storici di importanza enorme, alcuni dei quali hanno ancora influenza sul presente. Purtroppo, nella visione eurocentrica prevale una percezione lontana dell’Asia, sia dal punto di vista culturale sia da quello sociale, veicolata soprattutto dai mezzi di comunicazione tradizionali. Un esempio evidente è rappresentato dalla Cina, che viene quasi costantemente ridotta e vista soltanto come un fattore geopolitico, una minaccia o una potenza economica e militare. Ad Internazionale 2026, Giuliano Battiston, Emanuele Giordana (autori di “Su due lati del confine”, add editore, 2026) e Ilaria Maria Sala (autrice di “Flower Power”, La Stanza del Mondo, 2026) presentano un’analisi su due argomenti quasi assenti nei media tradizionali: il rapporto tra il potere di uno Stato e l’utilizzo della natura e dei fiori come simboli del potere e le persecuzioni subite dal popolo dei Rohingya. L’obiettivo è riflettere su come raccontare l’Asia, quali modalità espressive adottare e perché sia oggi così fondamentale raccontarla.
Come Sala sostiene: “abbiamo saccheggiato la natura anche a fini metaforici”, sollevando un quesito fondamentale: “Quand’è che la botanica e la politica si sono incrociate?”.
I fiori, infatti, sono storicamente diventati veri e propri simboli di potere e uno strumento per modificare la percezione del potere stesso (come dimostra la Guerra delle Rose). Tuttavia, il saccheggio della natura è stato sia metaforico che letterale. Nel suo libro racconta come il colonialismo europeo abbia lasciato tracce tangibili anche nella natura dei paesi ex-colonie come in Malesia, dove le piantagioni di palma da olio importate dal colonialismo mostrano il rapporto diretto tra colonialismo e natura attuale. Il trasporto delle piante lungo le rotte coloniali ha finito per farci credere di essere creatori, ma la nostra ossessione per la natura ci porta al contempo a essere così antropocentrici da distruggere l’habitat stesso. Infatti, secondo Sala, le origini di questo fenomeno vanno ricercate nel passato, come nei giardini delle città dell’antichità o nei palazzi dei sovrani europei come Versailles, veri e propri simboli di potere ostentato. Ripercorrere il tragitto coloniale che ha portato i fiori in paesi diversi attraverso le rotte coloniali permette di comprendere come dopo il periodo coloniale le piante e in particolare i fiori siano diventati simboli ricercati dai governi post coloniali per definire una identità nazionale. Alla domanda “Quali di questi paesi ti hanno colpito di più?”, la risposta è che tutti i paesi colpiscono in maniera diversa.
Lo Sri Lanka ad esempio è uno dei paesi meno considerati nei media tradizionali, anche se la guerra civile tra il governo e le forze Tamil è stata una delle meno raccontate in Occidente. Negli anni ’80, nel momento di picco più brutale del conflitto, il paese fu rappresentato dal fiore Nil Manel. Il governo ha compiuto massacri ingiustificati sterminando migliaia di Tamil e ancora oggi si registrano scontri e tensioni.
Le Filippine invece si presentano come un paese più sereno, legato al fiore Sampaguita (gelsomino).
Spostando lo sguardo sui mutamenti geopolitici che attraversano il continente dall’Afghanistan al Sud-est asiatico, Emanuele Giordana e Giuliano Battiston affrontano una delle crisi umane più gravi ma meno raccontate: quella del popolo Rohingya.
Perché parlare dei Rohingya e delle crisi in Bangladesh o Birmania? Perché esiste un preciso dovere etico nel descrivere la realtà: raccontarla ci fa entrare nelle sue sfumature e venire a conoscenza di una notizia ci obbliga moralmente a diffonderla.
In Birmania (Myanmar), nella regione del Rakhine, si assiste a un’urgenza comunicativa: la città di Sittwe mostra moschee devastate dal fuoco a fronte di pagode buddhiste accuratamente restaurate, mentre i Rohingya sono confinati in una piccola zona quasi completamente ghettizzata. In Occidente non se ne parla quasi mai. La storia di questa comunità affonda le radici nel 1505, quando i portoghesi, lungo le loro rotte commerciali, portarono uomini e donne nel regno di Arakan, all’epoca musulmano. Si creò così una comunità musulmana con lingua e tratti somatici propri, fragile e unica nella sua tradizione. Nel 1900 questa comunità venne chiamata Rohingya. Tuttavia, le discriminazioni non sono mai cessate e hanno portato all’esodo drammatico di quasi un milione di persone tra il 2016 e il 2017, culminando nella loro quasi totale scomparsa dalla Birmania, dove metà dei Rohingya sopravvissuti vive oggi in campi profughi e dove l’ONU ha ritenuto il rimpatrio impossibile a causa dei continui massacri nei villaggi. Alla domanda “Come raccontare questa vicenda?”, Giuliano Battiston evidenzia la necessità di non raccontare l’Asia solo in chiave geopolitica o solo in chiave esclusivamente umanitaria. Serve guardare ai contesti reali, come ad esempio il Bangladesh, dove persino nei momenti di crisi si creano esempi di mutuo soccorso a contrasto delle difficoltà. In Bangladesh si contano oggi circa 1 milione e 200 mila Rohingya profughi (anche se le cifre reali differiscono). Gli aiuti umanitari sono fondamentali, ma sono gestiti come diretta conseguenza delle politiche del governo di Dhaka, che non riconosce loro i diritti di rifugiati bensì li definisce “cittadini del Myanmar forzatamente sfollati“. Il governo esorta gli aiuti ma nega la libertà di movimento e l’istruzione, attuando politiche di sfollamento programmate con case realizzate appositamente per essere smontate in fretta e campi circondati da filo spinato. Nonostante nell’agosto 2024 gli studenti rivoluzionari abbiano rovesciato il governo scacciando il dittatore e portando all’elezione di un presidente ad interim, i governi successivi hanno continuato ad adottare politiche di rastrellamento ed espulsione.
Il dibattito si conclude con una domanda diretta: “Il destino dell’Afghanistan ci riguarda?“. La risposta è sì, perché la narrazione corrente tende a escludere il carattere profondamente politico della vicenda, nascondendo le responsabilità dei governi occidentali. Viene infatti denunciato come la Commissione Europea abbia invitato esponenti del governo afghano (i Talebani) per stringere accordi di deportazione dei richiedenti asilo afghani.
Raccontare l’Asia oggi significa uscire dai confini ristretti di una narrazione eurocentrica ed economicista. Attraverso lo sguardo di Ilaria Maria Sala, Emanuele Giordana e Giuliano Battiston emerge chiaramente come la botanica, la storia coloniale, i simboli d’identità nazionale e le crisi umane dimenticate siano profondamente intrecciati. Solo superando le semplificazioni dei media tradizionali possiamo davvero comprendere le sfumature di un continente il cui presente e futuro riguardano inevitabilmente tutti noi.