La Peste

L’anticipazione del nostro tempo


Martina Bortoli


Una cosa che ti ha colpito

Mi ha colpito il fatto che nonostante sia un avvenimento storico passato, ha tantissimi punti in comune con il covid dei giorni nostri. Le maree di morti, la quarantena, il distanziamento, le mascherine, la paura e la separazione da persone importanti sono tutte cose che si sono ripresentate.

Durante la lettura del libro mi sembrava quasi che stesse descrivendo le città nel 2021, ma era solo Orano in un momento non precisato degli anni quaranta.

Un’altra cosa che ti ha colpito

Mi è piaciuto il fatto che la morte dei personaggi più importanti è avvenuta alla fine, quasi come se l’autore volesse lasciare sempre un po’ di speranza nel lettore. Particolare anche l’atmosfera di incognita che c’è sul narratore fino all’ultimo capitolo, dove finalmente viene svelato.

 

Il libro parla di quello che accadde nella città di Orano e ai suoi abitanti intorno agli anni quaranta del novecento, quando era ancora sotto il dominio francese.
Il personaggio principale è il dottor Rieux, altre figure importanti sono Rambert, Tarrou, Grand, Cottard, Castel, Paneloux, Othon e alcune altre.
All’inizio del racconto c’è una breve introduzione che descrive la vita nella città di Orano, prima che cominci la storia vera e propria.
Orano è una città algerina in cui i suoi abitanti pensano soprattutto al commercio e agli affari. Il paesaggio è privo di vegetazione, ma vicino al centro abitato c’è il mare e un porto. Il narratore dice anche che, in mancanza di tempo, le persone sono costrette ad amarsi senza saperlo e senza prestare attenzione. In questo luogo i malati si sentono davvero soli, poiché tutti sono impegnati e si dedicano al proprio lavoro.
La storia inizia il 16 aprile con il racconto di quello che successe intorno al personaggio principale, il dottor Rieux. Egli accompagnò sua moglie, malata ormai da un anno, in stazione per andare in una località di montagna non specificata. I due erano entrambi molto tristi, ma contavano sul ricominciare da capo una volta che la signora sarebbe tornata. Da quel momento si cominciarono ad avvistare i primi topi morti per la città, segnale da non sottovalutare perché porterà successivamente alle prime diagnosi di peste.
Un pomeriggio, quando il dottore uscì per le visite a domicilio, incontrò Jean Tarrou, un uomo giovane con folte sopracciglia. Egli era il figlio di un magistrato e il padre voleva che lui facesse il suo stesso lavoro. Un giorno invitò il figlio ad andare ad ascoltarlo in un processo in cui riuscì a condannare a morte l’imputato. Tarrou ne rimase così scandalizzato che decise di andarsene di casa e girare il mondo. Egli portava sempre con sé dei taccuini su cui scrisse tutto quello che successe nel periodo della peste nella città di Orano, infatti il libro si basa in gran parte su quelli.
Durante il racconto Tarrou e Rieux stringeranno una grande amicizia. Più tardi il dottore ricevette una chiamata da un suo paziente che lo invitava ad andare a vedere cosa fosse successo al suo vicino, il signor Cottard. Sul posto incontrò anche Grand, il suo impiegato, il quale gli spiegò che aveva salvato l’uomo in questione dal suicidio.
Il signor Michel, il portinaio del palazzo di Rieux che in quei giorni si occupò degli strani avvistamenti dei topi morti, si ammalò e dopo poco morì. La stessa sorte capitò a tantissime altre persone nei mesi successivi, tra cui Camps, un manovratore che suonava nella banda. Febbre, rigonfiamenti all’inguine e alle ascelle, noduli e macchie sul corpo erano i sintomi che portavano a una morte veloce, ma atroce . Il dottore e Castel, un anziano collega, giungettero alla conclusione che si trattasse di peste bubbonica.
Inizialmente tutti presero la malattia sotto gamba, persino le autorità fecero finta di nulla per non creare caos inutile tra la popolazione. Successivamente però, con l’aumentare dei casi colpiti, da Parigi venne data l’ordinanza di chiudere la città di Orano. In questo modo chi si trovava lì in quel momento non poteva più uscire. Rieux continuò comunque a fare visita ai malati, aiutato da Tarrou che propose anche di creare delle formazioni sanitarie volontarie.
Altri personaggi sono il padre gesuita Paneloux, il quale nelle sue prediche diceva che la peste era stata mandata da Dio a causa delle colpe degli uomini e il giornalista Rambert. Quest’ultimo era venuto in città per lavorare su un’inchiesta e successivamente, a causa del divieto di spostamento, fu obbligato a rimanerci. Così cercò in tutti i modi di tornare in Francia per rivedere la donna che amava. Quando trovò il modo per uscire grazie a due guardie, alla fine decise di rimanere a Orano e arruolarsi in una formazione sanitaria. La sua rinuncia fu dovuta a Tarrou, il quale gli fece notare come Rieux, nonostante avesse la moglie malata lontana da lui, continuava comunque a fare il suo lavoro.
Nel frattempo la malattia continuò ad espandersi e in estate da peste bubbonica degenerò in quella polmonare. Non c’era più posto neanche nei cimiteri, pertanto i morti venivano ammassati i buche tutti insieme. Contemporaneamente Castel si impegnò a creare un antidoto per curare i malati. Esso venne testato sul figlio del giudice Othon. Questo però non ebbe effetto e alla fine il bambino morì lo stesso.
La città era ormai invasa dalla peste e anche Paneloux non venne risparmiato.
A dicembre Grand si ammalò e Rieux provò a somministrargli il siero. Dopo grandi sofferenze l’impiegato riuscì a sconfiggere la peste. Egli, oltre che al suo lavoro principale, voleva scrivere anche un’opera letteraria, soltanto che era sempre bloccato alla prima frase perché secondo lui non lasciava mai con il fiato sospeso. Lentamente la malattia cominciò a perdere forza e iniziarono a riapparire dei topi. La peste sembrava ormai sparita, le persone tornarono per le strade a festeggiare e la città riaprì le sue porte. Alla fine del racconto succedono però dei fatti che colpiscono il lettore: si ha la morte di alcuni personaggi tra cui il giudice Othon e Tarrou, convinto che probabilmente la malattia non ci fosse più, aveva trascurato qualche precauzione e così si era ammalato. Una mattina la madre di Rieux gli portò un telegramma, c’era scritto quello che pensava da tempo, sua moglie non ce l’aveva fatta.
L’unico che non fu felice di un ritorno alla vita “normale” fu Cottard, a lui piaceva il clima che aveva creato la peste perché lo faceva sentire un po’ meno solo. Così quando la città iniziò a rianimarsi, preso dalla follia, iniziò a sparare sulla folla e venne arrestato.
Proprio l’ultimo capitolo del libro svela che il narratore in terza persona è proprio Rieux. Lui, a differenza della folla in festa, era l’unico a non ignorare il fatto che il bacillo della peste, non muore né scompare mai, ma prima o poi tornerà.

Una frase del libro da conservare

Non c’era una sola delle sue sofferenze che non fosse anche quella degli altri, e che in un mondo dove il dolore è tanto spesso solitario, questo era un vantaggio.

Se questo libro fosse una canzone

Forza e coraggio di Alessandra Amoroso

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Commento del libro “La peste” di Albert Camus.

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