La Peste, Un libro tante scuole

La nostra condizione e quella di Camus


III AAS


Una cosa che ti ha colpito

La capacità di Albert Camus di descrivere la realtà e conseguentemente di far emergere le contraddizioni del Novecento è così elevata da risultare utile ancora oggi a dipanarsi nella nostra complessità. L’autore osservando il mondo da una prospettiva “privilegiata”: filosofo, rivoluzionario e calciatore riesce molto bene a comunicare con un pubblico che vive l’età più metafisica. Con questo spirito abbiamo affrontato l’autore inserendolo all’interno del nostro percorso di Educazione civica che ci ha visti approfondire il rapporto dell’uomo con se stesso e con la Natura.

Prof. Andrea Leoni

Devo ammettere di essere stata molto colpita dalla lettura di questo libro e sono stupita come questo mi abbia incuriosita e immersa nella narrazione, poiché di solito sono abituata a leggere generi di libri di tipo fantasy che mi conducono ad una realtà differente da quella in cui mi trovo e la quale mi circonda, ed è stata una vera e propria novità che un libro di questa portata mi coinvolgesse così tanto nelle vicende nonostante fosse “fuori” dalla mia “zona di confort”.

Il messaggio che ho potuto cogliere dalla lettura di questo libro e il significato della peste che viene vista come una sorta di malattia morale che colpisce ogni gruppo sociale ed è caratterizzata dall’indifferenza e dall’odio. Orano viene identificata come una sorta di prigione, nella quale ogni uomo vive senza esserne consapevole, l’episodio della peste arriva e si manifesta per scuotere le coscienze degli uomini e svegliarsi dal torpore in cui sono caduti da tempo.

L’unica modalità di salvataggio per l’uomo è l’ “essere solidale” con gli altri, penso che sia proprio questo il messaggio del libro, e la frase che ricollega tutto il percorso svolto in Educazione Civica e non sono: “l’essere solidali”, non solo tra noi ma anche con la natura, solo in tal modo si può essere salvi e liberi.

La scena che mi ha maggiormente catturata, è stata quella di quando le porte della città vengono sbarrate. Qui, molte persone si ritrovano smarrite, senza i loro cari. L’unica possibilità è quella di farli entrare in città, condannandoli però a non poterne più uscire. Coloro che possono essere considerati i più esiliati però, spiega Camus, sono i forestieri, che, sorpresi dalla peste si sono ritrovati in una città sconosciuta, lontani sia dalle persone care, sia dal proprio Paese. Un esempio è quello di Rambert, che rinuncia a fuggire per aiutare la città. Per cui, la libertà, infatti non sarebbe lasciare la città e riabbracciare la compagna, perché così facendo avrebbe avuto sulla coscienza tutti gli abitanti di Orano, decise dunque di rimanere e di compiere opere buone, mettendosi a disposizione di Rieux e dei malati.

Devo dire che pur essendo un libro che richiede parecchia attenzione e maturità nelle diverse espressioni che molto probabilmente non ho saputo “catturare” in maniera immediata, devo ammettere che mi è piaciuto molto leggere questo libro soprattutto in questo periodo molto simile a quello descritto dall’autore. (Xhaferaj Perla)

Questo libro ci fa riflettere sulla situazione che stiamo vivendo in questo periodo, dove spesso ci troviamo in quarantena, non sempre liberi di decidere cosa fare o dove andare come dice nel libro “l’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa”. È una frase molto significativa, mi ha colpito molto quanto rispecchia proprio la realtà dei giorni nostri, quando nei giorni di lockdown si era costretti ad abituarsi alle regole e alle norme che ci venivano imposte e ad un nuovo stile di vita. (Cassandra Iacopini)

Il libro intitolato “la peste” di Albert Camus è, se pur stato scritto molto tempo fa, particolarmente attuale. La lettura del libro è rapida e semplice, non mi è sembrato troppo articolato o di difficile comprensione.
Leggere il libro durante una pandemia fa veramente render conto di quanto le situazioni non siano diverse tra quelle descritte nel libro e quelle della realtà.

Il narratore del libro, inizia infatti il suo romanzo soffermandosi su quella che è la routine triste e movimentata di una qualunque città francese: Orano. I giorni qui passano e le quotidianità di tutti gli abitanti sono sempre le stesse, con l’idea fissa in testa di soldi e lavoro. Tutto ciò viene però presto interrotto da quella che all’inizio sembra solo un invasione anomala di topi. Per quanto la gente è presa dal suo lavoro e dal suo scopo, nessuno all’inizio sembra in realtà accorsi della strana situazione; ma piano piano, misteriosi morti causate da una strana febbre e insoliti bubboni iniziano a far preoccupare alcuni cittadini, in particolare i medici e, tra questi, anche il protagonista della storia: il dottor Bernard Rieux. La narrazione della vicenda proseguirà da qui in avanti concentrandosi su di lui e su quello che farà nel corso del tempo per cambiare e migliorare la situazione.
Il dottore sarà il primo ad accorgersi della grave condizione che i topi stavano portando, e anche il primo che avrà il coraggio di chiamare le insolite morti con il nome della vera causa: la “peste”. La città piano piano perde con i suoi cittadini le routine che poco prima sembravano intoccabili e con il giro di pochi giorni la città era in quarantena con il divieto più assoluto di uscire da quest’ultima.
Burocrazia, scienza e medicina saranno le protagoniste del continuo del libro: i dottori e gli assessori più importanti della città, avranno da qui in avanti il compito di proteggere i cittadini e di trovare inoltre una cura a quella che era diventata una vera e propria epidemia di peste, sconfitta soltanto alla fine del romanzo.

L’attualità del libro è incredibile. Leggere il libro in questo preciso contesto storico fa veramente pensare a come, molte delle situazioni che sono effettivamente avvenute nel corso dell’ultimo anno con il Coronavirus, siano state precedute dalle descrizioni dell’autore del libro. Le misure di restrizione, il look down, lo sconforto della gente, il panico generale e la ricerca di una risposta divina alla morte che investe la terra, sono tutte situazioni purtroppo fortemente attuali che in quest’ultimo anno abbiamo tutti purtroppo avuto la sfortuna di provare sulla nostra pelle. La comprensione dei sentimenti dei protagonisti è per questo motivo molto facile, si entra bene nelle dinamiche della storia e si sa, alcune volte, anche il finale di alcune dinamiche, che purtroppo in questo caso è quello della morte.

Come dicevo, la lettura del libro è comunque semplice, scorre bene. Consiglierei inoltre la lettura di questo a chiunque ma, se devo esser sincero, dopo tutto quello che è successo e dopo tutte le situazioni spiacevoli che chiunque ha passato, avrei in realtà preferito, ora come ora, una lettura più “distrattiva” anziché una che ricordi, ancora una volta, la terribile situazione che il mondo sta vivendo.
Letto invece il libro fuori dal contesto storico lo trovo molto interessante, dinamiche insolite che fino a pochi anni fa avrei forse persino scambiato per fantascienza, o comunque sia, nulla di banale e scontato. (Lorenzo Tiburzi)

La storia si sviluppa attorno all’evoluzione dell’epidemia all’interno della città. All’inizio colpisce i topi,poi comincia a diffondersi tra le persone.I sintomi descritti dal narratore erano terribili e si ripetevano su ogni malato. Ad individuare la peste saranno Rieux e Catel,due medici che,avendo già visto in passato gli effetti della peste,giungono alla conclusione che l’epidemia abbia colpito anche la città algerina. La prima soluzione che viene presa è quella di chiudere le porte della città per fare in modo che il morbo non si diffonda al di fuori del territorio circoscritto. A questa trama centrale si uniscono le vicende che riguardano personaggi secondari, come Rambert che, inizialmente vuole raggiungere compagna in Francia, viene convinto da Tarrou a rimanere in città e ad unirsi a loro per cercare una cura all’epidemia. Quando, però, arriva il caldo, La peste intensifica i propri effetti, colpendo molte più persone. Castel decide quindi di testare un siero creato da lui su un malato, ma non ottiene risultati positivi, lasciando la città senza più speranze. Quando, però, anche Grand si ammala, Rieux prova a somministrargli il siero di Castel. Questa volta il vaccino porta alla guarigione, come di Castel così di molti abitanti di Orano. La peste, però, non risparmierà Tarrou che, a differenza di Rieux, aveva preso troppo alla leggera la questione,credendo che l’epidemia fosse ormai sconfitta completamente. La città sarà completamente libera dalla peste solo a febbraio, e così verrà riaperta. Il libro è ambientato negli anni ‘40 ad Orano,una città algerina colpita dalla peste. L’ambientazione sociale è quella di una città in cui l’epidemia di peste limita le attività e la vita degli abitanti,i quali rispondono al morbo in modi diversi. Protagonista: Rieux,il medico che cerca in tutti i modi di combattere l’epidemia e di aiutare gli altri. Lo scopo è trovare una cura. Il libro racconta dello sviluppo della peste e di coloro che cercano di fermarla. La storia del libro è molto più attuale e vicina a noi di quanto pensiamo. L’epidemia che stiamo affrontando nei giorni d’oggi è paragonabile all’epidemia di cui si parla nel libro. La peste, come l’attuale covid, rappresenta il male e la dimostrazione di come lo stesso non sia mai sconfitto del tutto, esisterà sempre. Penso che la lettura richieda una maturità maggiore, è un argomento che secondo me dovrebbe essere trattato con molta attenzione perché è lo specchio di ciò che stiamo vivendo. Come secondo me c’è da trattare con molta attenzione l’educazione civica. Dovrebbe essere molto più valorizzata anche per un’istruzione maggiore . Sarei molto contento se fosse inserita come materia culturale nei prossimi anni scolastici che mi restano, ognuno di noi ha diritto di sapere e una conoscenza sul come vivere è molto utile per il nostro futuro. (Gregorio Tofoni)

Questo libro che sto leggendo parla di una pestilenza: la peste; dando un’immagine brutale e di distruzione provocata dall’epidemia, ma non solo. Albert Camus, come viene scritto nella Prefazione, vuole esprimere mediante la peste il soffocamento di cui hanno sofferto le persone durante e dopo la guerra, facendoci confrontare profondamente con i vari mali che hanno e stanno perseguitando il mondo (come il fascismo, il nazismo, …). Ma i protagonisti del romanzo non sono finiti, infatti, gli occhi attraverso cui osserviamo le vicende sono proprio quelli del dottor Camus. Secondo me non è uno stile semplice da comprendere, ma lo diventa vista la portata del messaggio che porta con sé. Questo testo è capace di essere delicato, pur tenendo tra le pagine una realtà cruda che ad intervalli sembra appartenerci ancora. Credo sia stato appropriato, infatti, leggere questo libro durante un periodo del genere, e spero dia a tutti più consapevolezza. (Ilaria Macrì)

Il libro “La Peste” è un’allegoria sul male e sul trauma della guerra. È ambientato in Algeria, paese Natale di Camus. Come in tutti i libri di Camus, anche qui si sente un clima di sofferenza. Il romanzo inizia negli anni 50 a Orano, col protagonista dott. Bernard Rieux, che inizia a trovare dei topi morti. Giorno per giorno i ratti morti sono sempre di più e iniziano a creare anche problemi finché non ritorna tutto alla normalità ma iniziano ad ammalarsi le persone (il primo fu il suo portinaio) e Rieux e il collega Castel capiscono che la causa è la peste. La città viene messa in quarantena, la primavera finisce e inizia l’estate ma con la primavera finisce anche la peste bubbonica e inizia la peste polmonare. Castel produce un siero ma i risultati non sono positivi. Arriva Natale e Grand si ammala, quindi Rieux, disperato, prova su di lui il siero il quale funziona perché Grand guarisce. La peste inizia a scemare e a febbraio finisce la quarantena. Gli abitanti, euforici, tornano alla vita movimentata di prima. A fine narrazione si scopre il narratore, Riuex, che narra in terza persona basandosi sugli appunti di Tarrou. Nonostante sia stato scritto nel 1947 l’ho trovato molto attuale, rispecchia ciò che stiamo vivendo da più di un anno. (Alessandra Totò)

Il mio rapporto con la lettura in generale è un po’ critico, non sono abituato a leggere dunque difficilmente trovo un libro che susciti in me abbastanza interessa da non abbandonarlo dopo pochi capitoli. Il libro “La peste”, scritto da Albert Camus, sinceramente non mi ha incuriosito molto da principio. Inizialmente credevo fosse il solito libro storico riguardante la peste. Così il mio rapporto con la lettura di questo testo inizialmente non è stato dei migliori, faticavo a leggere senza distrarmi in quanto i primi capitoli, a mio parere, sono molto descrittivi e quindi non ero molto motivato a portare avanti la lettura. Inoltre non me ne capacitavo del fatto che tante persone potessero trovare interessante un libro ed essere così prese dalla lettura di questo testo. Per fortuna poi, trattandosi di un compito e quindi di un dovere, ho continuato a leggere e sono andato avanti pagina dopo pagina concentrandomi sul contenuto e non più sulle pagine mancanti per finire il capitolo. Così, la vicenda ha iniziato a prendermi davvero diventando molto più dinamica e ho iniziato anche a capire il motivo della scelta di questo libro per quest’anno (anche se già me lo aspettavo). Ho trovato tanti paragoni con la situazione attuale e riflessi dei comportamenti dell’uomo e della società in particolare. È sorprendente, infatti, come l’uomo reagisca sempre allo stesso modo ad una cosa e come questo venga influenzato dal contesto culturale e dalla religione. Detto ciò questo libro ha sbloccato in me questo “mal di lettura” e spero che andando avanti e concludendo la lettura possa migliorare sempre di più e anche con altri libri. (Jacopo Peroni)

Mentre leggevo il libro, mi sembrava di leggere un po’ quello che sta succedendo ora, di rivivere ogni momento di questo periodo, è stato molto strano e lo ammetto anche se ha risvegliato in me un po’ di speranza ha messo anche molta tristezza e depressione. È stato difficile, soprattutto la parte dove tutti i cittadini vengono messi in quarantena e risentire questa parola è stato bruttissimo. Mi sono tornati in mente ricordi che pensavo aver dimenticato. Ma, lasciando perdere la parte “malinconica”, è stato anche soddisfacente, soprattutto alla fine del testo quando viene a cominciare una nuova vita (continuando però ad avere paura per un possibile ritorno della peste) questo ha insinuato in me molta positività, perché anche noi, prima o poi riusciremo ad uscirne. (Zhoi Tsorakidis)

Una frase del libro da conservare

L’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa.

Nel ringraziare il Salone del Libro di Torino per averci permesso di partecipare a questo progetto, si riportano alcune considerazioni proposte dalle studentesse e dagli studenti della classe IIIaas del Liceo artistico Preziotti-Licini di Fermo. Alcune impressioni dal Liceo Artistico di Fermo

 

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