La Peste, Un libro tante scuole

Commenti della 4^D LCE – Convitto Nazionale “Umberto I”, Torino


Classe 4^D LCE - Convitto Nazionale "Umberto I", Torino


Una cosa che ti ha colpito

Le fortissime analogie fra l’epidemia peste di Orano e la pandemia da Covid 19.

Una frase del libro da conservare

La convergenza fra male fisico e morale, che sembrano sgorgare l’uno dall’altro e alimentarsi a vicenda.

Camus, La peste – i commenti della classe 4^D LCE (cnuto.edu.it)

 

“La Peste” di Camus è un romanzo che riflette pienamente la situazione che stiamo vivendo noi oggigiorno; ed è per questo che la storia mi ha incuriosito e convinto a proseguire la lettura. Infatti sono ormai un paio d’anni che le nostre generazioni combattono contro il Coronavirus, e, proprio come viene sottolineato all’interno del libro, inizialmente il respingere la pandemia è stato molto duro, poiché non si conosceva niente e soprattutto perché, nonostante ciò, le circostanze vennero da subito sottovalutate, causando così solo problemi più grandi. 

Da questa storia si può anche notare come diverse persone reagiscono alle difficoltà, e questo viene messo bene in luce da Camus, il quale ci descrive con precisione l’evolversi della pandemia e le reazioni di diverse persone. 

Dunque credo che leggere “La Peste” ci faccia riflettere su quello che sta succedendo a noi oggi e su come un piccolo virus possa cambiare radicalmente le nostre vite. 

 

(Linda Stroscia)

 

La Peste è un romanzo in cui il presente continua a riconoscersi, un male improvviso che gli uomini si trovano a dover affrontare. Durante il corso di questa lettura, ho visto davanti a me uno specchio che rifletteva completamente la situazione al giorno d’oggi, con il Covid. Nel libro, la città di Orano è colpita da un’epidemia e l’ambiente, gli stati d’animo da lui descritti assomigliano molto alla situazione in cui siamo. All’arrivo della peste, essa venne sottovalutata, proprio come quando ci comunicarono del primo focolaio di Coronavirus ma quando i casi aumentarono, la situazione cambiò radicalmente.

Dopo aver letto questo libro e riflettuto facendo un paragone con la situazione di oggi, si può notare come non si è mai

pronti a certe evenienze e che nonostante il tempo passi, certe cose rimangono tali.

 

(Elena Spallone)

 

Ho iniziato a leggere La Peste di Camus già al corrente delle diverse interpretazioni che sono possibili fare: nozioni che forse hanno influenzato notevolmente la mia lettura.

Avevo già in mente le questioni storiche e morali che hanno portato al compimento di questo romanzo nel ‘47, ma ero piuttosto come fossilizzato nei concetti di bene e male dei quali il libro ne studia la natura e l’impatto che hanno sull’uomo.

Perciò penso a La Peste come un’analisi della psicologia umana e del male, e di come si reagisce a esso: come le nostre abitudini, i nostri comportamenti e le interazioni tra di noi possano essere facilmente sconvolte dall’imprevedibilità e dall’imprevisto di un qualcosa come la peste.  

E così le nostre fragilità si vedono spogliate di fronte a un male che non si conosce.

La Peste non è che il male concretizzatosi, che non si può vedere, ma di cui si possono vedere gli effetti, dalla malattia ai malati, ai morti, e questo è ciò angoscia i protagonisti della storia.

Forse più dell’inquietudine, della disperazione e dell’angoscia che attaccano i cittadini di Orano, è l’incertezza del presente che, perenne, sembra cancellare ogni forma di speranza lasciando spazio alla più autentica paura.

Ma come sempre non è solo questo. 

L’attualità che lo caratterizza e lo erge a capolavoro del ‘900 consiste nella sua capacità di descrivere una situazione in modo oggettivo e volutamente distaccato per attribuire alla storia un carattere universale senza però cadere nell’indifferenza e in una sorta di apatia.

Al momento è evidente l’analogia che si può fare con la nostra esperienza dopo la pandemia da coronavirus: le reazioni della gente comune, le norme di sicurezza, le riflessioni personali sono pressoché identiche, o comunque simili.

Per concludere, abbiamo detto che Camus riflette sul male, ma alla fine giunge a una conclusione? Riesce a comprenderlo?

Inutile dire che no, non si riesce mai a rispondere davvero a questioni del genere.

Riesce però a estrapolare una lezione da tutto ciò, e cioè che non si trova un senso al male, e non vale la pena neanche cercarlo, nè di vincerlo, perchè è proprio come una malattia, non importa dove, come o quando, ma ricompare sempre.

Ma se non gli si trova un senso e non lo si può eliminare, che ci resta da fare?

Resta solo la compassione: la comunanza degli uomini alla ricerca di un antidoto alla monotonia del male.

 

(Alejandro Palma)

 

Il libro “La Peste” di Camus scava nelle dinamiche umane e sociali; i sentimenti, quali il dolore, la sofferenza, la fede, la speranza e la delusione, spiccano nella lettura quasi come protagonisti.

Leggere questo libro con la pandemia attuale in corso ha rappresentato uno sorta di specchio dei sentimenti, dell’umore e delle angosce che più o meno tutti stiamo affrontando in questo periodo. Camus attraverso questo romanzo esprime quel soffocamento di cui abbiamo sofferto, e quell’atmosfera costruita dalla paura e dalla solitudine che ancora adesso viviamo. “La peste” oggi viene considerata dal lettore, azzarderei a dire, come opera profetica (Camus ci mette in guardia e ricorda a tutti che la storia spesso si ripete) : non c’è pensiero, reazione o comportamento descritto che non ci sia terribilmente familiare. L’effetto di impotenza si amplifica: ci sentiamo complici degli abitanti di Orano e delle loro disavventure. Quanti di noi non riconoscono quel silenzio lacerante che si presta di fronte a noi, impotenti e invisibili a confronto con un nemico così infido? Quanti di noi non hanno compreso lo sconforto che Camus non riusciva a digerire nonostante gli anni che lo separavano da quell’insopportabile periodo? Lo scrittore ci parla di solidarietà, ci parla di assenza di solidarietà, di luoghi comuni, di vite che cambiano e assumono nuove dimensioni e forme, ma ci parla anche di egoismo e cattiveria, divergenze economiche e sociali che, in un momento dove dovrebbero essere assenti, sono al contrario onnipresenti.

Il libro ci parla della peste attraverso uno stile certamente non semplice: è un romanzo difficile da comprendere, ma nella sua complessità l’autore definisce l’entità della peste. La collettività caratterizzante l’esperienza in questione è resa dal racconto oggettivo che Camus necessita di applicare, dalla mancanza di una “narrazione intima”. E’ un libro “freddo”, ha un’ impostazione cronachistica, che sfugge dall’empatia e dal coinvolgimento totale. Insomma, Camus allarga il quadro fornendo punti di vista diversi, infatti l’intreccio è scandito da precise indicazioni temporali e atmosferiche.

La voce narrante è attenta, chiara, introspettiva e riesce a catturare nella sua cristallina tragedia ogni frammento della psicologia umana davanti al dramma: vengono mostrate le diverse reazioni che la psiche umana può avere, posta di fronte ad un evento del tutto inaspettato. Nonostante il libro ci mostri come alcuni si rifugino nella fede, altri provino a fuggire o, altri ancora, a trovare una soluzione per contrastare gli eventi, lo scrittore ci fa intuire che l’unica evidente soluzione è collaborare ed unire le forze. Il messaggio che vuole dare Camus con il suo romanzo è chiaro: soltanto attraverso la solidarietà gli uomini riusciranno a vincere le diverse sfide inaspettate che la vita mette loro davanti; la felicità del singolo, al contrario, non porterà nient’altro che dolore e sconfitta. Questo è quello che consente all’opera di non essere solo un resoconto truce della morte di metà della popolazione, ma un vero affresco di come la natura umana concepisca il male, di come lo affronti creandosi eroi più o meno credibili, e di che posto spetti alla religione in uno scenario come questo.

Ma la cosa del libro che più mi è piaciuta è che Camus non cerca di conferire un senso morale al dolore che ci affligge: in questo libro, il disastro in questione viene espresso dal titolo. 

 

(Chiara Le Foche)

 

La lettura del libro “La peste” di Albert Camus mi ha colpita molto. In modo particolare, dopo la pandemia, ho notato che il racconto rispecchia il periodo attuale, leggendolo ho osservato che le situazioni, le sensazioni provate e i fatti narrati possono essere paragonati ai giorni nostri.

L’inizio della pestilenza, la prima persona ammalata, l’ignoranza iniziale dei cittadini, le varie supposizioni degli abitanti di Orano che cercavano di trovare una risposta a ciò che stava accadendo intorno a loro, il coprifuoco, le paure e le forti emozioni descritte sono tutti fatti che, ovviamente in periodi e in circostanze diverse, abbiamo vissuto anche noi. 

Penso che averlo letto dopo il periodo di pandemia mi abbia colpita ancora di più in quanto pagina dopo pagina mi sono ritrovata molto.

Un altro aspetto significativo è che “La peste” è un romanzo simbolo della resistenza, una lotta contro l’occupazione nazista, la pestilenza è una metafora della guerra, della violenza di quel periodo e gli ammalati rappresentano tutte le morti innocenti.

Nonostante abbia notato certe parti più complesse per quanto riguarda la scrittura, è un libro che consiglio vivamente di leggere. 

 

(Francesca Bergesio)

 

Negli anni ‘40 del secolo scorso in una città algerina chiamata Orano, il dott. Rieux incomincia a notare qualcosa di strano nelle morti dei topi che si erano fatte ormai sempre più frequenti. Dopo circa due settimane dall’inizio degli strani fatti avvenuti con i topi, alcune persone hanno iniziato ad ammalarsi e, successivamente, a morire. 

Proprio così, noi e il nostro protagonista ci troviamo davanti ad un’epidemia, si tratta di peste. Come tutto il mondo ha imparato dall’inizio del 2020, le epidemie si gestiscono tutte allo stesso modo, e questo romanzo è una delle prove tangibili di questa affermazione. 

Leggendo tante recensioni online prima di cominciare a leggere questo libro, non ho trovato nessuno che commentasse il libro senza pensare alla pandemia di CoVid-19 che stiamo ancora tutti affrontando; lo capisco certo, è un punto che non si può certo tralasciare, ma io prima vorrei soffermarmi sul contenuto che potrei apprezzare anche senza aver vissuto una pandemia. Uno degli aspetti più interessanti di questo libro, secondo me, è il progresso scientifico che c’è stato dai primi del 900 ad oggi, proprio il virus della peste infatti, che come tutti sappiamo ha causato milioni di morti nei secoli passati, oggi la peste invece è un batterio che causa qualche morte ogni anno ma non ha più scatenato epidemie note. Nel progresso io vedo speranza per il futuro. 

Mi sono inoltre reso conto, leggendo, dei limiti della professione medica e di come in alcuni casi l’unica via d’uscita sia il buonsenso delle persone comuni; bisogna capire le nostre priorità come popolo, come civiltà, come generazione. Se sappiamo che non abbiamo cure per un qualsiasi virus o batterio sconosciuto, e che l’unico modo per salvare migliaia e migliaia di vite è arginare la malattia cercando di non avere contatti con nessuno, allora dobbiamo essere in grado, come animali dotati di un’intelligenza eccezionale oltre che del libero arbitrio, di fare quello che è meglio per noi e per tutti; se è necessario anche chiudersi in casa. Ovviamente la medicina è parte fondamentale di questo processo perché è proprio l’arte medica che riesce a tirarci fuori da situazioni come questa (es. i vaccini distribuiti globalmente nell’arco del 2021 contro il CoVid-19) ma senza un senso civile collettivo che suggeriva alle persone di stare a casa né la peste né il covid si sarebbero fermati.

Consiglio a tutti di leggere questo libro, soprattutto chi, come me, ha vissuto in prima persona la quarantena e che era costretto a reprimere quotidianamente la voglia incontrollabile di uscire a prendere una boccata d’aria.

 

(Pietro Vigna)

 

Nel suo romanzo Camus parla di un’epidemia di peste scoppiata nella città di Orano, in Algeria. Durante questa situazione la città viene isolata e viene dichiarato lo stato di, se si può definire così, quarantena. Leggendo questo romanzo nella situazione in cui, purtroppo, siamo tutti, ho potuto comprendere meglio alcune condizioni che, qualche anno fa, non avrei afferrato a pieno. Infatti il romanzo è riportabile ai giorni nostri “facilmente”, grazie alle situazione di lontananza dai propri cari, la difficoltà che il sistema sanitario ha avuto e tutt’ora ha nel cercare di arginare un virus, che nel caso del romanzo era la peste e nel nostro il CoVid-19, che si espandeva con una velocità degna di nota, e non accenna a rallentare. 

Personalmente ho trovato che la figura di Rieux, con la lucidità e la grande umanità che lo caratterizzano, sia interessante da più punti di vista, come ad esempio il fatto che non si sia scomposto e sia rimasto lucido nonostante la cura provata sul figlio del giudice Othon non sia stata efficace. Lo stesso protagonista però, vive dei momenti di tristezza sicuramente, poiché non vede più la moglie che poi morirà.  

 

(Matteo Vuotto)

 

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