Un libro tante scuole

L’arte di osare


Chiara Ferigo 4bs


Leggere “L’isola di Arturo” di Elsa Morante è stata per me una piacevole sorpresa. Inizialmente ho fatto molta fatica ad entrare in sintonia con questo romanzo di formazione; ho anche dovuto fermarmi una o due volte per poi ricominciare a leggere. Superati certi avvenimenti però è stata una lettura in ascesa, che mi ha appassionata ed emozionata, anche se personalmente non posso dire essere una delle mie preferite.

Il libro comincia in modo un po’ troppo statico ma poi si sviluppa abbastanza bene, anche se leggermente a rilento. La storia si sblocca successivamente all’ingresso di Nunziata, la nuova matrigna del protagonista; ciò mi ha stupita particolarmente perché è una donna a far sviluppare le vicende, in un romanzo dove purtroppo la misoginia regna sovrana, nei quali sono compresi anche Arturo Gerace e il padre Wilhelm.

Ho particolarmente apprezzato la scrittura di Morante, molto ricca ma allo stesso tempo di semplice comprensione, dove le parole non sono mai usate a caso ma, anzi, ognuna di esse ha un significato specifico in una determinata situazione. L’unica critica che mi sento di muovere, anche se solo in parte, è “contro” le troppe descrizioni che, seppur fatte in modo impeccabile, rendono il ritmo molto lento ed a volte un po’ pesante. Le ho apprezzate però soprattutto quando si parla nei minimi dettagli dell’isola di Procida: mi sembrava di star camminando tra quei vicoli, tra le case di colori tipo rosa o conchiglia, che mi hanno anche ricordato città liguri (come per esempio Camogli). Lo stile di questo romanzo rende poi possibile vivere appieno le esperienze ed i sentimenti dei personaggi, ai quali si assiste e dai quali ci si lascia coinvolgere, come fossimo spettatori.

A proposito di ciò, durante la lettura è come se avessi vissuto il passaggio che Arturo fa dall’infanzia all’adolescenza, mi è quasi sembrato di crescere con lui, e lo si può notare anche dal fatto che effettivamente la sua età passa dai quattordici anni all’inizio della storia fino ai sedici anni alla fine. Attraverso gli occhi di Arturo, che narra tutto in prima persona, la scrittrice tratta temi che considero estremamente attuali ed importanti, soprattutto tra noi giovani: la solitudine, la gelosia, il rapporto con un genitore e l’amore. Credo che questi ultimi siano collegati strettamente tra loro. Infatti, Arturo vede il suo papà come un eroe, un mito, lo idolatra ma allo stesso tempo ha con lui un rapporto un po’ mistico e difficile: Wilhelm è un uomo misterioso, spesso assente, burbero, che non riesce a dimostrare affetto neanche alle persone che dovrebbe amare di più in assoluto, come i figli e la moglie. Probabilmente è proprio per questo motivo che Arturo fatica a relazionarsi con un sentimento così potente come l’amore, è per questo che prova gelosia e si sente solo, quando il padre si risposa e gli dona Carmine, il suo fratellastro.

Da questa lettura, a tratti molto intensa, ne ho ricavato che Arturo Gerace è un ragazzino a modo suo estremamente curioso, con tanta voglia di avere avventure, di diventare grande il più presto possibile. Per fare questo però ha dovuto osare, rischiando più volte di farsi male. Questo suo modo di comportarsi mi ha ricordato il mito di Icaro e Dedalo, al quale sono particolarmente legata. Infatti, penso proprio che nella vita osare serva…bisogna buttarsi, volare, pur rischiando di cadere. Nel contempo però, secondo me, bisogna anche affidarsi a qualcuno che ci voglia bene e possa farci da àncora, consigliandoci cosa fare per evitare di farci del male, che sia in senso figurato o meno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.