La Peste, Un libro tante scuole

La peste non serve a niente


Riccardo Galluccio, V D, Liceo delle Scienze applicate, IIS Pellati di Nizza Monferrato (Asti)


La lettura di questo libro mi ha fatto provare delle sensazioni particolari, strane, che mai avevo provato prima nella lettura. Si tratta di un libro non facile a leggersi, forse anche a causa del periodo storico in cui viviamo.

Dai personaggi di Camus ho avuto un chiaro segnale: la peste cerca di renderli aridi. Per vincere la pandemia, una persona deve essere il deserto del Sahara in fatto di sentimenti. Il problema (o meglio, la fortuna) è che un essere umano non è arido, egli prova sentimenti e non può soffocarli, specie in situazioni del genere. E la pandemia toglie per forza qualcosa, è il quando che si stabilisce con il tempo. Se altri personaggi avevano perso qualcosa fin da subito, solo alla fine Rieux avrebbe potuto definire il termine della pandemia quasi una vittoria, dopo tutto l’estenuante lavoro di medico di quei mesi, fino a quando essa non gli toglie Tarrou e la moglie, già rimasta lontana tutto quel tempo. Questo sembra quasi inaridisca il dottore, che non provi nemmeno più sentimenti in merito alla morte di un suo caro amico e della persona che ama, ma forse Camus intende solo sospendere la descrizione dei sentimenti di Rieux: in effetti lo descrive solo dall’esterno, taciturno, e lascia all’immaginario del lettore capire cosa provasse il dottore, il dolore che lo affliggeva, proprio quando tutto stava per finire. Ma la pandemia, ci dice Camus, non è una vittoria per nessuno. Toglie qualcosa a tutti, non aggiunge niente, si riparte senza qualcosa, e senza qualcuno.

Il romanzo si conclude (alla maniera di Manzoni) senza un idillio, cosa che rende il tutto non solo un’assenza di vittoria, ma anche un’assenza di conclusione, perchè la peste potrebbe tornare per prendersi dell’altro, prendersi altri uomini e inaridire quelli rimasti, proprio come il Covid ha fatto con noi. Questo è ciò che più mi è piaciuto del libro, il dolore che lascia al lettore , come se la Peste avesse voluto prendersi una piccolissima parte anche di lui, che nell’epoca Covid è già esasperato da un’altra pandemia (ecco spiegata meglio la sensazione trasmessa dalla lettura). Ma è l’aridità, la realtà cruda, quasi crudele, della cronaca, quel che rende questo libro geniale, a mio avviso, e che lo rende così attuale e vivo nei giorni nostri.

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