Un libro tante scuole

La non paura della morte


Federico Ferracci


Il libro La peste di Albert Camus racconta gli avvenimenti della pestilenza immaginata ad Orano (Algeria) nell’Aprile tra il 1940 e il 1949, infatti l’autore nell’incipit non specifica l’ultima cifra dell’anno.

L’opera è raccontata sotto forma di cronaca, dove il narratore rimane avvolto nel mistero fino alla fine del racconto e cerca di raccontare i fatti nel modo più obiettivo possibile, anche se basandosi sulle testimonianze dei cittadini (tra cui lui stesso), a volte entra in “contraddizione” con il suo stesso ruolo, trasmettendo tutta la malinconia e il dolore dei cittadini.

Molto interessante ho trovato la descrizione delle ambientazioni, e soprattutto la descrizione generale della città di Orano; già nei podcast ascoltati veniva “anticipata” la semplicità del paesaggio e l’intenzione di Camus di far capire che in un comunissimo paese come quello, nessuno si sarebbe aspettato un’epidemia di peste, ma leggendo il libro l’idea che avevo è cambiata molto: sono rimasto molto colpito da come il narratore descriva la citta “brutta, dove il passaggio delle stagioni si legge soltanto dal cielo”.

Altro elemento della narrazione molto interessante sono a parer mio i personaggi, i quali nonostante siano apparentemente piatti, ad eccezione del giornalista Rambert (il personaggio che ho trovato più interessante per la sua evoluzione durante l’epidemia), sono in realtà complementari: passando per il serio dottor Rieux, il quale mostra da subito molta prudenza nei confronti dell’epidemia e non smette mai di lavorare, l’impiegato Grand, un uomo semplice che a detta del narratore “non trovava le parole” sperduto come una pecorella in mezzo all’epidemia, lo scettico padre Paneloux, secondo il quale contro la peste “nulla hanno da temere i giusti ma che i malvagi tremino”, il rappresentante di vini e liquori Cottard che da subito mostra segni di debolezza e instabilità mentale, fino ad arrivare a Jean Tarrou, che preferisce morire piuttosto che “vergognarsi ad essere felice da solo” e riesce a convincere Rambert a non fuggire. Insomma un complesso di personaggi molto variegato, che non fa mancare nulla al lettore.

Tuttavia ciò che mi ha colpito di più è proprio l’evolversi della storia, che segue un ritmo quasi piramidale. Inizialmente con i topi aleggia nella città di Orano un’atmosfera misteriosa, che però sembra disturbare solamente il dottor Rieux; a rompere l’equilibrio è la morte del portinaio Michel e il tentato suicidio di Cottard, che introduce nella storia vari personaggi (Grand, il giudice Othon, il dottore Richard ecc…), aumentando il ritmo della narrazione. La vicenda raggiunge il suo culmine prima con l’annuncio ai cittadini dell’epidemia di peste, i quali inizialmente non si rendono conto della gravità della situazione e a detta dell’autore “avevano creduto di dover affrontare un allontanamento temporaneo”, ma poi si ritrovano nella disperazione e per la prima volta il dottor Rieux non trova la fiducia dei suoi pazienti che rimangono “riluttanti e diffidenti”; e poi con la peste che diventa polmonare. A questo punto la narrazione rimane in una fase di stallo fino a quando il siero creato da Castel (il collega più anziano di Rieux) non ha effetto sul figlio di Othon, il quale muore e si ammala anche l’impiegato Grand. È proprio a questo punto che i cittadini di Orano entrano in una sorta di lotta collettiva, compresi coloro che fino a poco tempo prima avrebbero egoisticamente lasciato il paese come il giornalista Rambert, che rinuncia alla felicità perché lui stesso afferma: “è una vicenda che ci riguarda tutti”. Il ritmo torna a scendere quando in un gesto disperato Rieux usa il siero su Grand, che nonostante fosse dato per spacciato guarisce completamente; a questo punto l’epidemia che sembra essere quasi debellata rianima le speranze dei cittadini. Tuttavia la malattia riesce a portar via Tarrou e viene rivelata l’identità del narratore: lo stesso dottor Rieux, creando un ultimo “spannung” che culmina con la follia di Cottard il quale viene arrestato dopo aver sparato sulla folla festante per la scomparsa della peste.

Due frasi in tutta la narrazione mi sono rimaste impresse durante la lettura, in quanto sono molto belle ma soprattutto “vere”. La prima (quella che mi ha colpito di più in tutto il racconto), pronunciata dal narratore dopo aver scoperto che le varie morti avvenute ad Orano erano dovute alla peste, è:

“Quando scoppia una guerra tutti dicono: ‘È una follia, non durerà’. E forse una guerra è davvero una follia, ma ciò non le impedisce di durare. La follia è ostinata, chiunque se ne accorgerebbe se non fossimo presi sempre da noi stessi” (pag. 63).

Qui la malattia viene paragonata ad una guerra ed il fatto che le persone vi diano poca importanza, mi ha fatto molto pensare alla nostra situazione con il Covid.

La seconda frase, pronunciata dal dottor Rieux, è:

“Era proprio vero che gli uomini non potevano fare a meno degli uomini e lui era altrettanto vulnerabile di quei disperati e meritava lo stesso tremito di pietà che gli cresceva dentro dopo che li aveva lasciati” (pag. 219).

In conclusione il libro mi è piaciuto molto e lo consiglio, perché l’atmosfera malinconica e i continui momenti di suspense hanno reso la lettura molto piacevole e fluida. L’unica cosa che mi è piaciuta un po’ meno e che mi è sembrata scontata fin dall’inizio è la gestione del narratore, in quanto in alcune parti sembrava troppo scontato che fosse il dottor Rieux.

Ciò che afferma Umberto Curi nella videolezione Riflessioni sulla pandemia è vero: la mancanza di razionalità e di un approccio critico nei confronti della pandemia ha fatto sì che le persone, le quali si sono trovate a vivere come gli animali in un circo, sviluppassero un atteggiamento ribelle nei confronti di una situazione ignota, instabile e pericolosa, andando a gravare su quella che era già una fase difficoltosa negli ambienti sanitari. Ma perché si è arrivati a tutto ciò? Non è possibile racchiudere i vari fattori in un’unica risposta, ma a pensarci bene ciò che veramente è mancato nel cuore di quasi tutti è stata la paura. La paura intesa come quella che Hegel definisce “assoluta” ovvero il puro terrore di vederci negato qualcosa di fondamentale, come la vita, e non solo la nostra; la paura di non rivedere più qualcuno che ci è caro; la paura di poter perdere tutto semplicemente andando al supermercato e toccando qualcosa senza un semplice guanto in lattice; la paura di non tornare mai alla vita di prima.

Se ci pensiamo però di chi è la colpa? Solo la nostra, che in uno stato di emergenza sanitaria eravamo più impegnati a manifestare e a condividere dati che parlavano di “pochissimi morti”, piuttosto che impegnarci in una lotta collettiva (come quella tra gli abitanti di Orano) che riguardava il futuro di tutti. Purtroppo l’essere umano è fondamentalmente egoista e forse l’unico modo per affrontare la pandemia nel modo più razionale possibile era quello di lasciarlo vivere nel terrore per il tempo necessario, con una visione politica che possiamo definire “machiavellica”.

Ma a questo punto si torna ad affrontare il tema della vita e della morte introdotto da Curi: sarebbe stato giusto negare la morte, intesa come processo della vita a coloro che magari avrebbero voluto passarla con i loro cari? Oppure sarebbe stato giusto negare una parte della vita, per avere quella che forse sarebbe stata un’illusione di un futuro migliore? A questo purtroppo è impossibile rispondere, non esiste una morale che valga per tutti: c’è chi rimane legato alla vita del più piccolo degli insetti e chi invece per i propri interessi sarebbe disposto a veder bruciare il mondo.

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