La Peste, Un libro tante scuole

La morte come momento sacro dell’esistenza umana


Alice Meoli


Quando ho letto il libro La peste non mi aspettavo di trovare così tante somiglianze con ciò che abbiamo vissuto con il Covid-19, e quello che mi ha sorpreso di più è come l’autore sia riuscito a immaginare un’esperienza di vita così simile alla nostra senza che fosse accaduta realmente.
“In pochi giorni i casi mortali si moltiplicarono e coloro che si occupavano di questa malattia singolare si resero conto che si trattava di una vera e propria epidemia” (pag. 61).
Leggendo questa frase sembra di rivivere i fatti dello scorso anno, quando il mondo si accorse che si stava scatenando qualcosa di spaventoso e incontrollabile. Sono davvero numerosi i parallelismi e le similitudini tra la situazione che stiamo ancora vivendo e le vicende narrate da Camus.
Nel libro ci troviamo in Algeria in una piccola città di nome Orano, che diventa il palcoscenico della terribile e inesorabile epidemia. Inizialmente nella città si tendeva a minimizzare ciò che stava succedendo, cercando di dare spiegazioni alternative e continuando a vivere la propria vita come nulla fosse:
“I nostri concittadini non erano più colpevoli di altri, dimenticavano soltanto di essere umili e pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro, gli spostamenti e le discussioni? Si credevano liberi e nessuno sarà mai libero finché ci saranno dei flagelli” (pag. 64).
La pandemia da Covid-19 è stata inizialmente affrontata come successe nella cittadina di Orano: nessuno si rese conto di quanto fosse serio il problema e continuammo tutti a vivere le nostre vite senza cambiare le nostre abitudini, finché nei primi giorni di marzo 2020 arrivarono disposizioni dall’alto che limitarono tutte le nostre libertà allo scopo di contenere i contagi.
Ricordo che eravamo tutti disorientati e la situazione ci sembrava surreale. Le emozioni che ho vissuto durante il lockdown sono state tante e diverse. Ero stupita perché per la prima volta vedevo ogni ambito della vita quotidiana cambiato e rallentato; ero impaurita perché le immagini dei notiziari erano apocalittiche; ero triste perché vedevo la sofferenza dei parenti delle vittime e mi immedesimavo in loro, temendo che potesse succedere qualcosa di simile anche ai miei cari. Tra tante emozioni negative però ce n’era una positiva che mi ha accompagnato costantemente: la fiducia nei ricercatori, nei medici e in tutto il personale sanitario che ha lavorato senza tregua, alla ricerca di soluzioni e avendo cura di chi è stato colpito da questo male cosi crudele.
Anche ad Orano si cercarono strumenti o ipotesi per contenere l’epidemia:
“occorreva applicare le severe misure di profilassi previste dalla legge; […] per farlo occorreva riconoscere ufficialmente che si trattava della peste; […] non vi era una certezza assoluta al riguardo e […] quindi si imponeva una riflessione. ‘La questione’ insistette Rieux, ‘non è sapere se le misure previste dalla legge sono severe, ma se possono impedire che venga uccisa mezza città. Il resto spetta alle istituzioni che per l’appunto hanno previsto un prefetto per risolvere tali questioni’” (pag. 76).
Iniziarono ad esserci le prime quarantene, i primi coprifuochi, le statistiche dei contagi pubblicate sul corriere dell’epidemia “il cui scopo era ‘informare i nostri concittadini, all’insegna della più rigorosa oggettività, sull’espansione o la regressione della malattia […]’” (pag. 147).
Lo stesso identico dramma della carenza di posti negli ospedali accomuna la nostra esperienza e quella di Orano. L’incertezza delle cure ha creato in entrambi i casi sentimenti di angoscia, preoccupazione e paura. Le restrizioni che l’epidemia comporta hanno suscitato emozioni e disagi simili nelle due situazioni, rendendo molto difficile accettare che da un momento all’altro il nostro modo di relazionarsi agli altri dovesse cambiare.
Per tutti è iniziato un periodo di isolamento indeterminato: la quarantena. “Le abitazioni dei malati dovevano essere chiuse e disinfettate, i famigliari sottoposti a quarantena, i funerali organizzati dall’amministrazione cittadina” (pag. 89). Le differenze che ho riscontrato tra la nostra condizione e quella dei cittadini di Orano sono essenzialmente tre: il carattere mondiale della nostra pandemia opposto alla località della peste di Orano; i mezzi di comunicazione tecnologicamente più evoluti a nostra disposizione; le attuali competenze mediche e scientifiche per combattere la pandemia, che invece ad Orano non ci furono.
Un’altra reazione che accomuna le due situazioni sono le superstizioni e le credenze che si sono create durante la crisi epidemica dovute alla ricerca continua di una spiegazione. Anche la religione ha contribuito alla ricerca di una risposta con l’aiuto di un sentimento religioso corrotto però dalla superstizione.
La fine della peste nel libro accadde in concomitanza con la ricomparsa dei topi; il tasso di mortalità iniziò a diminuire progressivamente e ci fu una regressione della malattia ma nonostante ciò “La popolazione visse in questa segreta agitazione fino al 25 gennaio. Quella settimana il calo statistico fu tale che, dopo aver consultato la commissione medica, la prefettura annunciò che l’epidemia si poteva considerare stroncata” (pag. 299). Il ritorno alla normalità fu molto lento e graduale, la gente era cauta, attenta e titubante a tornare alle vecchie abitudini. Nel nostro caso invece la voglia di tornare alla normalità è stata talmente forte che in molti casi abbiamo rischiato di rendere vani tutti i sacrifici fatti, tornando ad avere una vita sociale piena. Per noi ancora oggi la lotta alla pandemia non è del tutto terminata nonostante la presenza dei vaccini anti Covid.
Secondo me il racconto di Camus è stato utile per comprendere al meglio l’animo umano e i suoi bisogni essenziali. Una delle necessità fondamentali dell’uomo emersa chiaramente dalla lettura è, a mio avviso, la socialità, il contatto umano che è venuto a mancare in questi due anni di pandemia. Per evitare contagi abbiamo dovuto imparare a tenerci distanti, perciò la socializzazione, per esempio tra noi ragazzi, è diminuita notevolmente, causando disagi e sofferenza. Durante la quarantena mi sentivo con i miei amici solo tramite WhatsApp, come ad Orano la gente cercava di mantenere i rapporti con i telegrammi; ma man mano che i giorni di isolamento aumentavano ci si dimenticava delle sensazioni reali che l’incontro con gli altri suscita. Nella mia esperienza personale ciò che è stato per me difficile accettare è stato non vedere i miei parenti e amici e non poter praticare sport in compagnia.
La solitudine, l’insofferenza per l’inattività e la noia per la monotonia dei giorni, oltre alla paura per me e per i miei cari sono stati i sentimenti prevalenti durante l’isolamento e credo che siano gli stessi provati dai personaggi del romanzo.
Tra le numerose cose che la pandemia ci ha sottratto ce n’è una che il filosofo Umberto Curi, nella videolezione Riflessioni sulla pandemia, ha individuato con estrema lucidità: la morte come momento sacro dell’esistenza umana. La necessità di salvaguardare la sopravvivenza dei malati e di evitare l’espandersi dei contagi, ha portato ad eliminare ogni possibilità di accompagnamento verso il distacco dalla vita. Ciò ha ridotto la vita al suo aspetto prettamente animale, identificato dagli antichi greci nel termine zoè, svuotandola del suo significato più profondo e umano: il bios. La vita umana, considerata dal punto di vista esclusivamente naturalistico, ha perso la dimensione intellettuale e culturale che ne evidenzia la specificità rispetto al resto dei viventi. Tale perdita ha privato il processo della morte di ogni supporto, di ogni rituale significativo e della fondamentale condivisione con i congiunti.

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