La Peste, Un libro tante scuole

La maledizione del morbo contagioso


Livia Casale


È da queste parole “un’epidemia inesorabile e tremenda”, citate nella seconda di copertina, che in un attimo ho rivisto davanti ai miei occhi quello che anche noi abbiamo vissuto ai nostri giorni con il Covid-19. Al tempo della peste le notizie circolavano in maniera molto più lenta, c’erano giornali e manifesti che promulgavano notizie frammentarie e non si riusciva a capire bene cosa stesse accadendo; con il Covid tutto è stato più tempestivo attraverso i social e i mass media. I continui decreti che ci vietavano di uscire e di evitare contatti richiamano quelli riportati nel testo a pagina 140: “I giornali pubblicarono decreti che rinnovavano il divieto di uscire e minacciavano i contravventori di pene detentive”.
Questo romanzo è attualissimo e vivo e come viene detto, nella seconda di copertina, “il presente continua a riconoscersi”. Nel libro si parla delle tante chiusure, cosa che ci ha riguardati tutti:
“tutti si accorsero […] di essere sulla stessa barca e di doversene fare una ragione. Così […] un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente […] quello di un’intera popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio” (pag. 93).
Questo passo ben descrive la nostra paura di non riuscire a uscire fuori dalla pandemia, ma ci consola non essere soli a combattere questo mostro invisibile.
Come riportato nel podcast di Leila El Houssi Il desiderio di Mediterraneo, questa condizione di chiusura è intesa come esilio: la sensazione dell’esilio, il desiderio di tornare indietro, che Camus ha sperimentato nella sua vita in quanto si sentiva uno straniero in Europa, un estraneo nel mondo in cui vive. La tragedia della peste ha causato a molte persone sofferenza e malattia, rendendo tutti vulnerabili. Camus in La peste racconta questo tormento e angoscia ed esprime la dualità tra positivo e negativo, bene e male, felicità e dolore, facendo emergere il doppio che è insito nella coscienza umana.
La nostra vita libera e frenetica, ora è diventata priva di tutto e il libro lo esprime in modo chiaro a pagina 137: “Appesi al muro, alcuni manifesti invitavano ad una vita felice e libera”, questo ovviamente prima dello scoppio della peste. Questo è proprio ciò che ci è accaduto in questi anni, molto difficile da sopportare: l’aria è piena di sgomento e smarrimento. Come nella realtà, anche nel libro si parla di informazioni sanitarie e di vaccini che avrebbero messo al sicuro i cittadini, tutto reso più difficile da pochi mezzi a disposizione e dai tempi duri negli anni della peste. Si legge a pagina 153: “ho un piano per organizzare delle informazioni sanitarie volontarie”. Nel 2021 le cose sono andate molto più veloci grazie alla vaccinazione di massa e alle informazioni sempre più precise che ci vengono fornite con la speranza che il virus si diffonda sempre di meno.
Questi giorni difficili che stiamo vivendo ci portano a fare molte riflessioni, portando la nostra vita a subire profondi cambiamenti. Ogni giorno sentiamo continuamente di questo terribile virus che dilaga velocemente in tutta la nostra penisola e ci invade la paura per quello che potrebbe accaderci, perché tutti possiamo essere contagiati, nonostante il vaccino; ma “nel momento in cui pareva che la peste si allontanasse per tornarsene nella tana sconosciuta da cui era silenziosamente uscita, c’era in città almeno una persona sconcertata da quella scomparsa” (pag. 302). Affrontiamo giorno per giorno quello che accade sperando di vedere la luce in fondo al tunnel, quella luce che tutti stanno aspettando con trepidazione.
Io sono d’accordo con il filosofo contemporaneo Umberto Curi, il quale nella videolezione Riflessioni sulla pandemia sostiene che uno degli effetti negativi della pandemia sia il progressivo indebolimento delle modalità critiche a causa della preponderante necessità di far fronte alle emergenze, che porta progressivamente all’offuscamento della capacità di riflessione critica autonoma e allo straripamento delle emozioni.
Ma nel dibattito odierno c’è un altro aspetto che, secondo Curi, sembra essere trascurato: la riflessione sulla morte. La morte non è un evento, ma un processo, e la sua realizzazione non è affatto insignificante. Non intesa come un nemico lontano, invisibile, quasi inesistente, ma come entità ben presente e che, con violenza, si è affacciata alla soglia delle case e dentro la vita di molte persone. Un organismo invisibile, il coronavirus, ha messo tutto e tutti in ginocchio. I pazienti con condizioni aggravate stanno prendendo la strada del non ritorno. La morte è un termine legato alla nascita, non alla vita come generalmente si pensa, perché nascita e morte sono entrambi momenti della vita.
Negli ultimi mesi sono morte tantissime persone, molte delle quali in completa solitudine, assistite da un infermiere, ma senza poter dare un ultimo saluto a una moglie, a un marito, a un compagno, a un figlio, a un amico. Questa è la tragedia nella tragedia. Migliaia di persone hanno dovuto affrontare la propria morte senza la presenza delle persone care, dei sacramenti e del funerale. Le sale di rianimazione, e il loro sforzo tecnologico, hanno costretto e condannato all’isolamento e alla solitudine il malato, che si trova solo nel momento della morte, dove macchine e persone si incontrano per l’ultima volta. Allora, è utile pensare alla morte? Epicuro afferma che “quando siamo noi, non c’è la morte e quando c’è la morte, non siamo più noi. Nulla dunque essa è per i vivi e per i morti, perché in quelli non c’è, e questi non sono più” (Epistola a Meneceo).
In conclusione, possiamo affermare, con Curi, che la pandemia non solo ci ha tolto la vita, ma ha anche cancellato questa via della morte, che è stata fin dall’antichità una modalità di espressione privilegiata della filosofia. Platone infatti, nel Fedone, diceva che la filosofia non è altro che prepararsi alla morte.

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