La Peste, Un libro tante scuole

Il teatro del dolore in una finzione vivente


Francesco Patti, classe V D, Liceo delle Scienze Applicate, IIS Pellati di Nizza Monferrato (Asti)


La Peste di Albert Camus mette in scena uno scorcio di una fittizia epidemia avvenuta nel paese algerino di Orano. Quella che ci pone davanti Camus è la storia, quella con la “s” minuscola, fatta dall’azione di persone comuni, offrendoci l’opportunità di uno studio ravvicinato dell’essenza umana scossa dall’evento della peste.

Le grandi capacità introspettive dell’artista permettono di dare vita a veri e propri tipi umani, mettendo in scena una sorta di teatrino delle emozioni; e proprio le emozioni sono la parte focale di tutta la composizione, il collante che tiene unita una cittadina sconvolta: dalla paura iniziale dei primi sentori concreti di pericolo fino ad arrivare alla speranza che aveva mosso la popolazione negli ultimi giorni prima della “liberazione”; tutto questo passando attraverso un lungo periodo di rassegnazione, nel momento centrale dell’epidemia.

Nonostante, appunto, questo elemento di collettività, l’autore ha riservato un posto di spicco anche ad alcune individualità. Personalmente, quella che ho trovato più interessante è stata la personalità di Tarrou. Uomo inizialmente misterioso, ha esordito in qualità di acuto osservatore della quotidianità e ha messo in luce il radicale cambiamento delle vite degli abitanti di Orano a causa del virus; a lungo andare, aprendosi al suo nuovo amico Rieux, si è rivelato una persona dall’io altamente apprensivo e sopraffino. In particolare, mi ha colpito la sua definizione di “appestato”, che non è semplicemente un malato di peste. Per lui, un appestato è una qualsiasi persona che reca danno a qualcun altro, volontariamente o involontariamente.  In parole povere, una condizione di vita, quella di chi denuncia una società che non riconosce in molti casi il diritto all’esistenza di certi individui. È un pensiero finissimo, messo in luce attraverso un personaggio immaginario ma che sembra vivere di vita propria e come se si fosse trovato in questo libro “quasi per caso”.

Centrale è, naturalmente, il tema del dolore, sia fisico che spirituale. Esso permette al lettore una maggior partecipazione emotiva fondata, appunto, su un sentimento fortemente condiviso che, per questo, ci porta istintivamente a provare compassione per i personaggi rappresentati.

“La Peste”, quindi, non è solo un modo per capire una tragedia, non è solo un modo per intenderla o pensarla ma, prima di tutto, è un modo per viverla.

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