La Peste, Un libro tante scuole

Fede e Ragione nella pandemia


Silvia Lisi


Il libro La peste fa riflettere molto, soprattutto in questi tempi a causa della stretta correlazione con la pandemia dovuta al Covid-19. Ci sono molte analogie con la realtà di oggi; inizialmente, infatti, c’è incredulità da parte di tutti che continuano a vivere incapaci di accettare ciò che sta accadendo per poi comprendere poco a poco la gravità della situazione.
Nel libro viene raccontata l’esperienza di una città che viene colpita improvvisamente da un’epidemia di peste e la storia è narrata da un medico, Rieux. Inizia così una vera e propria guerra contro la malattia: la città di Orano viene isolata dal mondo e rimane sola a combattere la peste. Ciò che inizialmente veniva visto con leggerezza porta la città nel caos e i cittadini cercano conforto nella speranza che tutto finisca presto rifugiandosi nel ricordo dei loro cari al di fuori delle mura. Alcuni si rifugiano nella fede, altri tentano di scappare, ma alla fine capiscono che non si può fuggire dalla realtà e che l’unica via di uscita è la solidarietà che porterà poi i personaggi principali a combattere insieme il grande flagello che si è abbattuto sulla loro città.
Mi ha colpito, però, un episodio in particolare: il figlio del signor Othon, un giudice, si ammala di peste e muore dopo atroci sofferenze sotto gli occhi dei personaggi principali del libro che, pur avendo visto migliaia di persone morire, rimangono toccati profondamente e capiscono che la peste non guarda in faccia a nessuno, nemmeno gli innocenti, contraddicendo ciò che pensa il parroco, anche lui presente, il quale ritiene che l’epidemia sia una punizione divina. Emerge, quindi, il tema filosofico del rapporto tra fede e ragione, in quanto i credenti ascoltando le parole del parroco sono portati a pensare che la città sia stata colpita dall’ira di Dio e cercano conforto nella preghiera invece di combattere in prima linea insieme ai medici che con razionalità cercano delle soluzioni concrete per porre fine a tutto.
Personalmente credo che in situazioni così tragiche sia bene rifugiarsi in ciò che si crede perché ad alcune persone dona la forza per andare avanti, ma si deve comprendere che non si può cambiare una condizione tanto complicata avendo solo fede. Nel caso della pandemia che ho vissuto in prima persona i credenti sono stati costretti a rinunciare ad andare in chiesa perché la ragione di chi è al governo la reputava la scelta più sicura, mentre per alcune persone è determinante avere un luogo di riferimento per pregare. Si è quindi sacrificata la fede per far spazio alla ragione, cosa che invece, almeno inizialmente, non è accaduta nel libro al personaggio del parroco perché anche se gli è stato detto che sarebbe meglio limitare i contatti, questi continua a motivare i fedeli, sebbene delle volte faccia osservazioni errate.
Dall’altra parte il dottor Rieux, che in quanto medico incarna la ragione della scienza, cerca delle soluzioni concrete al problema, consultando altri medici e cercando di isolare i contagiati. Egli esprime da subito la sua posizione riguardo alle prediche del parroco: è contrario al suo punto di vista in quanto il dottore, a differenza del parroco, predilige una visuale più razionale della realtà. Inoltre la medicina in condizioni di precarietà come questa è costretta a trovare rimedi efficienti in breve tempo ed è in questi momenti che si percepisce meglio l’importanza delle risorse mediche che, per l’appunto, in questi casi sono l’unico rimedio per le sofferenze fisiche, a differenza della fede che è il rimedio per le sofferenze dell’anima. Il dottore fa percepire questo a padre Peneloux, che non vede più questo problema come una pena divina da scontare, ma per quello che è realmente: una malattia da affrontare con tutto l’equipaggiamento e l’aiuto che è possibile ricevere.
Credo, quindi, che fede e ragione debbano trovare un compromesso in situazioni del genere. Per me eliminare ogni possibilità di contagio è stata la scelta giusta perché la fede non è limitata a un luogo fisico, ma se si crede lo si fa sempre e in ogni luogo; piuttosto è stato giusto salvaguardare la salute di tutti perché ormai ci sono tutti i mezzi comunicativi per professare il proprio credo anche con la chiusura di tutte le chiese (sebbene mi accorga che non è la stessa cosa), ad esempio con le trasmissioni televisive della messa domenicale.
Dopo l’episodio della morte del figlio del signor Othon c’è un cambiamento interiore nei personaggi: il parroco che, dopo anche il confronto con il medico Rieux, pensando secondo ragione comprende che la fede è sufficiente fino ad un certo momento, ma successivamente si deve agire per cambiare le cose(ne sono un esempio le parole che il parroco rivolge al dottore: “lo vede, adesso nemmeno Dio può separarci”(pag.245)), e lo stesso signor Othon, il quale aveva visto con indifferenza la peste fino ad allora, che comprende che solo uniti si può sconfiggere questo morbo.

Silvia Lisi

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