Un libro tante scuole

L’isola di Arturo: sospesi tra ansie e illusioni


Francesco Paolo Cornacchia


“L’isola di Arturo” è un romanzo di formazione scritto da Elsa Morante nel 1957 per Einaudi, poi vincitoredel Premio Strega nel luglio dello stesso anno.

Elsa Morante vince il Premio Strega – 1957

Immergendosi nella lettura del romanzo è possibile immedesimarsi nei panni di Arturo: il protagonista quattordicenne che, facendosi spazio fra gli adulti, forma la propria personalità mettendo da parte ogni ansia e paura per le inevitabili cadute. Il ragazzo è costretto a vivere in totale solitudine la maggior parte delle proprie giornate, poiché il padre, Wilhelm Gerace, si allontana spesso dalla bella Procida per motivi di lavoro condannando il figlio a stenti economici. Il giovane Arturo, assumendo un forte carattere resiliente, inventa storie fiabesche sui viaggi del padre cercando uno spiraglio di luce in una tenebrosa esistenza.

Arturo, costretto dalla vita a tali fatiche, è totalmente differente rispetto agli altri bambini della sua età: la sua intraprendenza e forza d’animo lo inducono a risolvere i problemi quotidiani attraverso le proprie capacità accontentandosi di ciò che possiede e ricercando la felicità nelle piccole gioie della vita. Arturo, non trovando speranze nelle persone, ricerca la pace nell’isola di Procida, dove è libero di correre in ogni angolo delle splendide spiagge, che pur non presentando alcun lusso, diventano il paradiso per il ragazzo, dove passare il proprio tempo in compagnia del fedele cane, Immacolatella, e di Silvestro, un bambino con cui condividere entusiasmanti ed avvincenti storie nel palazzo diroccato di famiglia che, attraverso le storie dei due bambini, diventa un’incredibile fortezza degna di un re.

Una storia di crescita

L’affannosa crescita del protagonista è segnata dai diversi incontri giovanili che gli permettono di sperimentare nuove emozioni ed esperienze. Tra i tanti incontri vi è quello con la bellissima ma immatura Nunziata, verso la quale scopre di avere una forte attrazione sessuale non corrisposta. La bambina, impegnata in una relazione amorosa con il padre di Arturo, dal quale avrà anche un figlio: Carmine, descrive la condizione di crisi matrimoniale della prima metà del novecento, e il fenomeno delle spose-bambine. Carmine costringe Arturo ad interrogarsi sui grandi quesiti della vita provando forti sentimenti come il tedio, la sofferenza e il desiderio di morire, tanto che, per avere maggiori attenzioni da parte di Nunziata, simula il suicidio riservando in cuor suo un mirabile sogno: essere seppellito in mare, diventando parte della terra che per tutta la sua breve esistenza viene definita come il suo unico ma debole farmaco alla sensazione di disagio esistenziale. Non avendo avuto le attenzioni sperate da Nunziata, il sofferente protagonista trova conforto sperimentando le gioie dell’attività sessuale con una giovane vedova: Assunta, con cui colma, seppur superficialmente, le lacune affettive infantili.

Tra i diversi incontri Arturo scopre la debolezza di coloro che gli sono attorno; sviscera, inoltre, gli affanni e le delusioni dell’unico eroe che ha segnato l’infanzia del protagonista: il padre, che dietro il rigido e severo volto nasconde una grande profondità e tristezza, che riemerge nell’oscurità della propria camera da letto rivelando, seppur inconsciamente, la propria attrazione omoerotica ad Arturo. La natura sessuale di Wilhelm è stata repressa durante l’infanzia dall’autoritaria madre che ha limitato la sua crescita e deteriorato la sua stessa natura. Arturo, venuto a conoscenza delle sofferenze paterne, trova conforto al proprio disagio esistenziale sentendosi parte di una società in cui i deboli individui si scontrano con una società tirannica che decreta ciò che è giusto e ciò che è immorale, condannando i singoli al dolore e al desiderio di morire.

Arturo nell’ultima parte del romanzo trova la consapevolezza che Procida, pur rappresentando il paradiso terrestre è ormai divenuta troppo stretta per un ragazzo appena sedicenne desideroso di scoprire nuoveculture e di sperimentare nuove esperienze, così sceglie di abbandonare l’isola e dirigersi verso la terraferma arruolandosi volontario in guerra insieme al fedele Silvio per poter continuare il proprio percorso di crescita.

La grande crisi morale

Elsa Morante, attraverso il romanzo “L’isola di Arturo” dal profondo sapore neorealista, traccia il profilo di un mondo segnato da una grande crisi morale, in cui le classi economicamente svantaggiate e arretrate culturalmente sono costrette a patire grandi sofferenze morali a causa di un mondo che non offre loro sostegno ma che giudica gli individui per la loro diversità.

Prendendo in analisi i grandi nuclei tematici che caratterizzano il romanzo è possibile intravedere numerosi riferimenti da parte dell’autrice ai grandi autori del passato.

La Morante sembra riprendere le tesi espresse già da Freud relative all’infante, mettendo in luce che la natura psichica del bambino è complessa sin dai primi mesi di vita, in quanto satura di drammi e di forti emozioni che condizioneranno tutto il suo futuro. È possibile ritrovare un riscontro di quanto affermato nella figura di Arturo e del padre Wilhelm, tra i quali si crea un legame fondato sulla stessa esperienza infantile a dir poco drammatica.

I riferimenti ad autori terzi trovano una corrispondenza nella descrizione del suicidio, dove la Morante sembra far riferimento alle stesse angosce descritte da Goethe ne “I dolori del giovane Werther”. Il suicidio in entrambi i romanzi viene concepito come una soluzione fortemente desiderata dai due giovani protagonisti appassionati di arte e di letteratura. I due personaggi sono dotati di una vivissima emotività, sono in grado di interrogarsi sul mondo che li circonda. Entrambi tendono a considerare il suicidio come la soluzione, seppur pusillanime, alle loro sofferenze emotive, che sono il risultato di un profondo conflitto tra l’individuo e la società.

E immediatamente mi rendevo conto che in realtà non c’era stato nulla, né frastuoni né terremoti; era il dolore, che usava quegli artifici maligni per tenermi sveglio e non lasciarmi mai. Esso non mi lasciò mai, difatti, per tutta la giornata! Era la prima volta, da quando vivevo, che conoscevo veramente il dolore.

In questo modo l’autrice sintetizza perfettamente le angosce e i turbinii interiori di tutti coloro che, come il giovane Arturo, sono impotenti dinanzi alle infinite vicissitudini giovanili. Tutti, immersi nella lettura del romanzo, ci siamo immedesimati nei panni di Arturo, il quale diviene ambasciatore degli affanni della vita e portavoce dei giovani che per la prima volta sperimentano il dolore. Nella narrazione si avverte l’odore di un mondo fortemente misogino in cui il protagonista non combatte per cambiare la società di cui è parte, ma che subisce passivamente le impervie dell’esistenza, nella medesima maniera in cui il padre si è piegato ad una cultura che non accetta il “diverso”, ma trova conforto nella fragilità dell’altro.

Il lettore-spettatore

L’abilità stilistica della Morante permette l’instaurazione di un dialogo tra la psicologia dell’autore e il lettore, il quale viene accompagnato nei fatti in modo estremamente coinvolgente; il lettore diventa anche spettatore della scena narrata e parte stessa dell’opera. Arturo, l’eroe debole ma resiliente, lasciando trasparire i propri pensieri e le proprie ansie descrive una società, come quella della prima metà del novecento, in cui prevaleva una grande arretratezza culturale e idee fortemente conservative. Il linguaggio utilizzato per esprimere tali tematiche alterna momenti eleganti e ricercati ad altri ben più comuni e popolari: fondamentali per il lettore poiché lo introducono in una scena di vita quotidiana regalando maggiore incisività ai fatti narrati. La realisticità del romanzo è esaltata dalla presenza di un narratore interno che coincide con lo stesso protagonista, il quale affianca il lettore nella descrizione delle azioni.

Insomma, la Morante trasmette in una prosa ricca, creativa, immaginifica, una dimensione sospesa tra realtà e fiaba che intrattiene e lascia interrogare ciascuno sui grandi quesiti della vita.
In conclusione, si può affermare che l’esperienza di lettura è ineccepibile, le storie sono cariche di emozioni e i personaggi sembrano concretizzarsi davanti ai nostri occhi, ma la vera genialità dell’opera è intrinseca nella trattazione dei temi. A seguito della lettura, il romanzo risulta un monito ai giovani affinché possano combattere le avversità continue della vita. Il monito è a perseguire i propri ideali, fare di tutto per concretizzarli, mettendo nudo le proprie debolezze, non sentendosi parte di una massa informe dietro la quale occultare le fragilità morali dei singoli ma stravolgere completamente il mondo per esprimere al meglio se stessi, in quanto:

c’è un mucchio di gente, che, appena nasce, si prende paura, e rimane sempre con la paura di tutte le cose!

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