16 ottobre 2021, Salone del libro 2021

Indro Montanelli. Vita di un uomo che con i suoi occhi e la sua penna ha raccontato un intero secolo.


Alessia Ferraris, Liceo Alfieri


Marco travaglio, noto giornalista e direttore del “Fatto Quotidiano”, presenta il suo nuovo libro intitolato “Indro. Il 900”. Lo ha scritto quest’estate con la volontà di ricordare Indro Montanelli, un uomo libero, che attraverso i suoi occhi e la sua penna ha raccontato il secolo scorso. 

“Per chi Montanelli l’ha letto, ma l’ha dimenticato; per chi avrebbe potuto leggerlo, ma non l’ha fatto perché stava dall’altra parte della barricata; per chi Montanelli non l’ha potuto leggerlo per ragioni anagrafiche e non sa cosa si è perso“, questi sono i presupposti che hanno spinto Marco Travaglio a raccontare di lui. Alle persone del pubblico che gli chiedono cosa Montanelli avrebbe detto di Mario Draghi, degli attuali partiti, risponde che in fondo aveva già detto tutto permettendoci di conoscere la sua opinione anche sui fatti che permeano la nostra contemporaneità e sulle figure che animano oggi il panorama politico nazionale e internazionale: “Montanelli era un grande studioso di storia e guardando a quello che ha scritto non è difficile trovare gli archetipi di Renzi, di Salvini, della Meloni”. Ciò che contraddistingueva la sua personalità di giornalista era la sua libertà: era un uomo imparziale nei confronti di tutto e tutti. Montanelli ha cambiato idea durante la sua vita ma ha sempre preso posizione. 

 

Ha vissuto novantadue anni e ha fotografato con le sue parole e la sua vicenda biografica un intero secolo: l’Italia giolittiana, il ventennio fascista, gli anni di piombo, il craxismo e in ultimo anche il berlusconismo. 

 

E’ nato fascista perché, nel 1922 quando Mussolini ha preso il potere, aveva solo tredici anni e quando ha cominciato a fare politica conosceva solo il fascismo. Non aveva nozione di che cosa fosse la democrazia  e non aveva modo perciò, di confrontare il fascismo con nessun altro sistema politico. Questo, afferma Travaglio, spiega come sia possibile che tutti i nostri nonni e i nostri bisnonni siano stati fascisti e abbiano guardato con entusiasmo al duce poichè “molti di loro non avevano vissuto nient’altro che il fascismo”.

Montanelli però, alla metà degli anni 30 abbandona il fascismo, proprio nel momento in cui il consenso per il duce era all’apice ed era difficile trovare un antifascista.  

Nel 1935 cerca di farsi mandare come inviato di guerra per la missione nell’Africa orientale, tuttavia non essendo stato accontentato, si imbarca da volontario su un vaporetto diretto in Africa dove diventa ufficiale di una piccola guarnigione di africani. Nel 1936, al suo ritorno in Italia, non è più quel ragazzo innamorato di Mussolini ma non è nemmeno antifascista. Era un afascista, ossia la vera condizione in cui si trovavano quelli che non credevano più nella figura del duce. 

Allo scoppio della guerra di Spagna, Montanelli viene mandato dal quotidiano “Il messaggero” come inviato di guerra. L’entrata delle truppe italiane a Santander viene pomposamente descritta dai giornalisti del regime, mentre egli ne parla con schiettezza definendola come una “lunga passeggiata con un unico nemico: il caldo”. Il momento di svolta della sua carriera  coincide con la decisione del capo della propaganda fascista di mandarlo a Tallin in Estonia e poi in Finlandia. Quando descrive la resistenza delle truppe finlandesi di fronte all’avanzata degli eserciti russi diventa una vera e propria star del giornalismo. Nel 1943 tenta di inserirsi in una banda partigiana in Val d’Ossola ma viene arrestato e portato nel carcere nazista di Gallarate e poi di San Vittore. Viene condannato a morte sia dai fascisti che dai nazisti tuttavia, grazie all’aiuto di sua madre viene fatto evadere e viene portato in Svizzera dove vive la difficile condizione di apolide politico. Anche dopo la liberazione e la nascita della repubblica italiana, assume posizioni politicamente scomode. Negli anni cinquanta, quando era ormai un “mostro sacro” del “Corriere della sera”,  trova il modo di attaccare Giovanni Gronchi e Enrico Mattei (definito da Montanelli “l’incorruttibile corruttore”), figure di spicco della “Democrazia cristiana”. Negli anni sessanta dopo essere stato licenziato dal “Corriere della sera”, fonda un quotidiano “Il giornale nuovo” insieme a grandi firme del corriere. 

Il giornale dopo qualche anno entra in grave crisi economica dunque si fa avanti Berlusconi che via via prenderà il controllo della direzione facendo del “Giornale” un quotidiano politicamente schierato. Montanelli lascia il quotidiano e anche il berlusconismo dando vita ad un nuovo quotidiano: “La voce”. In pochi ricordano che Montanelli muore il 22 luglio del 2001 e che anche in quell’occasione sia stato in grado di predire con lucidità quello che sarebbe successo ad esempio affermando: “gli italiani non sanno andare a destra senza passare dai manganelli”. Di fatto Montanelli si spegne mentre al telegiornale si documentavano i manganelli della polizia percossi contro la folla nel G8 di Genova.   

Ecco non sappiamo cosa direbbe oggi Montanelli della politica nazionale e internazionale, certamente si sarebbe vergognato di questo modo di fare informazione. Il confronto con il suo di giornalismo, però è confortante: siamo stati migliori, chissà che non possiamo tornare ad esserlo un domani. 

 

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