Lo scrittore Stefano Nazzi ha raccontato il caso del ricercatore italiano Giulio Regeni, partito per il Cairo nel settembre 2015 al fine di condurre ricerche sul campo riguardo i sindacati indipendenti egiziani per il suo dottorato presso l’Università di Cambridge. Il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio 2016 lungo l’autostrada tra Il Cairo e Alessandria, segnato da gravi lesioni, fratture, ustioni, urti ripetuti e tagli profondi, ma senza documenti per il riconoscimento.
L’autore racconta che Giulio uscì dal suo appartamento per l’ultima volta il 25 gennaio 2016, per andare con un amico alla festa in onore dell’anniversario delle proteste della primavera egiziana, incontro a cui non arrivò mai.
Secondo la Procura italiana, il Servizio di Sicurezza Nazionale Egiziano (NSA) avrebbe sequestrato e torturato Giulio per 6 giorni fino alla sua morte causata dalla rottura di una vertebra, che venne rilevata durante la seconda autopsia disposta dal governo italiano, dopo il rientro del corpo in Italia il 6 febbraio 2016.
Nel frattempo, le autorità egiziane ipotizzarono potesse essere stato un incidente stradale, una rapina fallita, un coinvolgimento nel traffico di droga, oppure che fosse morto per mano di una banda criminale, ma negarono fermamente il coinvolgimento dei membri della NSA. Questa affermazione fu considerata un depistaggio per la Procura italiana.
Il 22 marzo 2016, in seguito a una nuova testimonianza, presentarono all’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, una nuova ipotesi secondo cui nell’appartamento della sorella del capo della NSA sarebbero stati ritrovati degli oggetti appartenenti a Giulio: il passaporto, alcuni certificati di Cambridge e 15 grammi di hashish. Ma l’avvocata lo considerò un depistaggio, definito “Vassoio d’Argento”, perché fu pubblicata su Facebook la foto di tutti questi oggetti appoggiati proprio su un vassoio d’argento, ma solo il passaporto apparteneva realmente a Giulio.
Il 6 settembre 2016 fu rivelato che Giulio Regeni era stato precedentemente indagato dalla polizia egiziana dall’ottobre del 2015 al gennaio del 2016. Era stato segnalato da Mohamed Abdallah, rappresentante sindacale dei venditori ambulanti al Cairo, dopo avergli fatto domande riguardo la sicurezza internazionale.
In verità l’ambulante agì su indicazione della NSA: tramite una telecamera nascosta, Abdallah registrò l’incontro in cui Giulio gli parlò di un bando per ricevere mille sterline e lo denunciò alle autorità, accusandolo di svolgere attività sovversive e di spionaggio.
Nei primi mesi del 2020, il governo egiziano promise di essere collaborativo nei confronti del governo italiano, ma così non fu: il 25 maggio, quando furono rinviati a processo quattro ufficiali della sicurezza della NSA, la politica egiziana non fornì i loro indirizzi, per cui non si riuscì a proseguire il processo.
I quattro indagati furono rimandati a giudizio perché c’erano quattro testimoni palestinesi, identificati con lettere dell’alfabeto greco, che avevano detto di aver visto rapire e torturare il ragazzo.
Nel settembre del 2023, la Corte Costituzionale decise comunque di procedere nonostante l’assenza degli indagati, ritenendo questa volontaria.
Nell’ottobre del 2025 il processo si fermò di nuovo per svolgere una perizia tecnica sulla testimonianza di Mohammed Abdallah, per la quale sarebbe stato necessario un interprete che il governo italiano non sapeva come pagare. La questione si risolse e il processo riprese.
Ad oggi, 10 anni dopo la scomparsa, il caso è ancora aperto, ma finalmente tra pochi mesi si otterrà la verità processuale sulla morte di Giulio.