15 ottobre 2021, Salone del libro 2021

Hemingway, lo scrittore scomodo: un esempio di machismo sensibile


Virginia Martelli, Alessia Ferraris, Liceo Alfieri Torino


Antonio Franchini, curatore editoriale,  oltre che scrittore, racconta la sua esperienza di attento studioso di Ernest Hemingway, del quale ha pubblicato lo scorso anno un libro di racconti dal titolo “Il vecchio lottatore e altri racconti postemingueiani” edito NNEditore. 

A partire dalla nota citazione “la letteratura non è un pranzo di gala”, Franchini mette in evidenza il fatto che l’autore preso in considerazione, seppur appassionato a pratiche poco nobili tra cui la corrida, la guerra e la caccia, fosse un uomo particolarmente fragile e sensibile, ma la pubblica opinione è solita restituirci l’immagine di uno scrittore scomodo, a causa delle tematiche affrontate e del suo stile schietto e spregiudicato. 

Dunque, è corretto collocare Hemingway in questa categoria? Antonio Franchini dichiara che la definizione scrittori scomodi sia di per sé errata: infatti, quando si parla di scrittori scomodi, si pensa, ad esempio, a Louis-Ferdinand Céline, o, più in generale, a scrittori collocati politicamente all’estrema destra. Questa etichetta, inoltre, è pleonastica nella misura in cui ogni scrittore, per essere definito tale, dovrebbe esserlo: infatti la scrittura dovrebbe sempre andare “in contropelo” e non  avere come obiettivo il confortare il lettore nelle sue credenze. L’acquisizione che la scrittura non debba essere comoda non deve darci la visione di una realtà ideale e idealizzata: tuttavia, quest’ultimo periodo storico è caratterizzato da un luogo comune contrario: l’ipersottolineatura della scomodità. E’ fondamentale non indulgere nel buonismo e tutti gli scrittori che vi ricadono sono da considerarsi disdicevoli. E’ evidente che ogni scrittore debba rispondere a se stesso e alla propria visione dell’arte, ma, se da una parte è bene evitare di assumere un atteggiamento buonista, dall’altra è necessario fare della propria bandiera quella dell’essere fastidioso. Infatti, lo scrittore non deve compiacere il lettore, ma deve operare, tramite le parole che egli utilizza, una sorta di catarsi: ciò permette, talvolta  attraverso la sgradevolezza, di raggiungere una forma di pietas, che è la cifra distintiva che rende uno scrittore meritevole di essere letto. Alla luce di ciò Hemingway è da considerarsi scrittore scomodo solo secondo i criteri dell’oggi, ma non secondo i criteri del tempo: per avvalorare questa tesi, Antonio Franchini propone l’analisi di due passi. Il primo è tratto dalla “La breve vita felice di Francis Macomber” e può certificare l’Hemingway peggiore, dal momento che i temi caratterizzanti sono la caccia e la misoginia: la storia racconta di una battuta di caccia organizzata da una coppia di americani, il cui marito si dimostra vile e incapace di ammazzare il leone ferito e la cui moglie decide di trascorrere la notte con il cacciatore bianco, che la disprezza. Contro ogni aspettativa, il giorno seguente, l’amante della donna e il marito si alleano contro quest’ultima, a sottolineare come la solidarietà maschile sia in grado di superare anche il tradimento. Il secondo, invece, è tratto da “Su nel Michigan” e ci presenta un Hemingway inaspettato: si tratta di uno dei racconti più desolatamente vicini alla sensibilità di una donna oltraggiata dalla brutalità maschile.

Franchini ci lascia il ricordo di un Hemingway diverso da quello solitamente rappresentato e, per alcuni aspetti, ancora molto moderno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *