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Il ruolo delle profezie nell’Inferno: dalla tradizione medievale all’esperienza dell’esilio


Nome degli autori o della classe: Amanzi Sofia, 3A


Cantica

Inferno

Canto

VI, X, XV

Perché è importante leggere questo canto ancora oggi?

Le profezie nell’Inferno: dalla tradizione medievale all’esperienza dell’esilio

Nell’Inferno un elemento che salta all’occhio e cattura il lettore sono le profezie che vengono riferite a Dante durante il suo viaggio.

Ripercorrendo la tradizione letteraria medievale notiamo che il testo profetico è sempre stato considerato un genere letterario che prendeva le fila dal primordiale desiderio dell’uomo di conoscere il futuro. Capiamo allora perché il grande poeta si allacci a questo filone letterario e lo inserisca nel suo allegorico viaggio nell’aldilà. Secondo il filologo tedesco Erich Auerbach, «Ogni fatto terreno è profezia o “figura” di una parte della realtà immediatamente e completamente divina che si attuerà in futuro».

Le profezie inserite nella Commedia convergono sulla politica, aspetto significativo per Dante, richiamando il destino della sua città natale, dell’Italia, dell’Impero e di ciò che ha significato il suo esilio. Il velo oscuro che le caratterizza contribuisce ad amplificare la dimensione magica alla quale sono legate sin dalle origini.

Ritengo che le profezie più significative nell’Inferno siano tre, ognuna richiamata da una particolare anima dannata e il cui messaggio avrà un impatto sul viaggio di Dante.

Dante scrive la Divina Commedia nei pieni anni del suo esilio, avvenuto nel 1302, mentre la storia del viaggio dantesco è ambientata nel 1300 quando il poeta viveva ancora nella sua Firenze. Le tre profezie ripercorrono le tappe di un esilio vissuto come separazione affettiva dalla propria patria e come ingiusta punizione ai danni di un intellettuale. L’analisi delle stesse in bocca rispettivamente a Ciacco (canto VI), Farinata (canto X) e Brunetto Latini (canto XV), conferisce ulteriore valore al profilo del poeta.

La prima delle tre, pronunciata da Ciacco nel canto VI, si inserisce in un ”canto politico”; Ciacco, contraddistinto dalla concretezza dei gesti e degli atteggiamenti, si fa portavoce di indicazioni circa il destino di Firenze e del primo diretto accenno sdegnoso a Bonifacio VIII, il grande nemico sul piano religioso, politico e personale di Dante.

Non vi è menzione in quest’ultima al destino personale di Dante, solo l’esilio viene richiamato nei “gravi pesi” sotto cui i Bianchi saranno a lungo tenuti, nel pianto e nell’onta che ne deriveranno; forse anche nell’“invidia”, di cui il poeta si sentiva vittima, e che è la prima cosa che Ciacco dice: “la tua città ch’è piena / d’invidia sì che già ne trabocca il sacco”. Il sacco traboccò, infatti, molto presto e un mese dopo la data in cui s’immagina avvenuta questa profezia (calendimaggio del 1300), i Fiorentini vengono “al sangue”.

Nel discorso di Farinata (Inf. X 79-81), uomo dedito alla politica di Firenze e schierato nella fazione nemica a quella del poeta, viene direttamente profetato il legame con l’esilio di Dante. Il concittadino Nero, contrapposto a Dante per ideologia politica ma unito dall’amore per la patria, predirà con toni duri e tenebrosi l’evento angoscioso dell’esilio, rivelando al poeta che sarà vittima, “che tu saprai quanto quell’arte pesa”, di quell’odio che rende i Fiorentini crudeli ed empi contro di lui e la sua famiglia.

Si riallaccia alla profezia di Ciacco quella pronunciata dal maestro di Dante, Brunetto Latini, colpevole di sodomia. Possiamo dire che le predizioni, di Ciacco e di Brunetto, si integrano a vicenda. Il primo, nel canto VI, dice che “superbia, invidia, sono / le tre faville ch’hanno i cuori accesi”; il secondo ribadirà (Inf. XV 68) che i Fiorentini del tempo di Dante sono gente “avara, invidiosa e superba” ed è proprio questa “invidia” che rappresenta la radice prima delle discordie. Nella profezia del maestro c’è poi un altro elemento da analizzare: Brunetto dirà che il popolo di Firenze si farà a Dante nemico per il suo “ben fare” (Inf. XV 61-64). Stabilendo questa prospettiva Dante ribadisce la sua fiorentinità e insieme il suo distacco dalla città ormai degenere. Sulla Firenze amata e colpevole si proietta così l’ombra del castigo divino.

L’analisi fatta dimostra come il comportamento dei personaggi incontrati e l’atteggiamento che il Poeta tiene nei loro confronti siano indicativi del cambiamento che era in atto sullo stato d’animo dell’autore, che nel mezzo della narrazione ripercorre le dolorose tappe dell’esilio: con Ciacco, Dante manifesta la speranza ancora viva di rientrare a Firenze; con Brunetto, presenta invece la completa delusione verso la sua città.

Troviamo così, nella narrazione delle tre profezie di stampo medievale, un’evidente e marcata trasposizione dell’esilio dal Dante-autore al Dante-personaggio.

Una terzina, o dei versi di Dante da conservare

Ciacco, nel canto VI, dice che “superbia, invidia, sono / le tre faville ch’hanno i cuori accesi”; il secondo; Brunetto, ribadirà (Inf. XV 68) che i Fiorentini del tempo di Dante sono gente “avara, invidiosa e superba” ed è proprio questa “invidia” che rappresenta la radice prima delle discordie. Nella profezia del maestro c’è poi un altro elemento da analizzare: Brunetto dirà che il popolo di Firenze si farà a Dante nemico per il suo “ben fare” (Inf. XV 61-64).

Nell’Inferno un elemento che salta all’occhio e cattura il lettore sono le profezie che vengono riferite a Dante durante il suo viaggio. Ripercorrendo la tradizione letteraria medievale notiamo che il testo profetico è sempre stato considerato un genere letterario che prendeva le fila dal primordiale desiderio dell’uomo di conoscere il futuro.

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