Staffetta Dantesca

Il Conte Ugolino in versione millennials: un’ipotesi interpretativa.


Thomas Biocca


Cantica

Inferno

Canto

XXXIII

Perché è importante leggere questo canto ancora oggi?

Settecento anni…chi avrebbe mai pensato che le opere di un poeta appassionato come fu Dante Alighieri, vissuto in una trecentesca Firenze, bellicosa ed affascinante al tempo stesso, sarebbero arrivate fino ai giorni nostri? Non di certo il Sommo Poeta…, forse. 

Oggi ci troviamo nell’era digitale, l’era di quelli che, potendo, non usano più il formato cartaceo; neanche per leggere la Divina Commedia. Però, a ben pensarci, questo cambiamento … è stato un bene per Dante? 

Io penso che, per un poeta del suo livello, con una fama mondiale come quella che ha raggiunto ora anche grazie all’uso del digitale, tale traguardo sia notevole, soprattutto se si pensa che perdura da settecento anni.

Oggi, in piena era digitale e dopo settecento anni, vorrei riflettere sulla vicenda del Conte Ugolino, una vicenda tanto ambigua quanto macabra, per non parlare di quanto si possa rivelare importante ai giorni nostri se analizzata dal nostro punto di vista.

Quel Conte Ugolino, che si fece raggirare e poi imprigionare dall’arcivescovo Ruggeri, non aveva la benché minima idea di che cosa gli sarebbe accaduto durante il periodo trascorso nella Torre Del Muda, poi Del Mangia, imprigionato con i suoi figli e nipoti.

Sono proprio queste ultime frasi che penso possano dare un’importanza particolare al trentatreesimo canto che parla del Conte Ugolino.

Il Gherardesca non si aspettava che sarebbe stato imprigionato, poi condannato ed infine ucciso; e qui vorrei far riflettere sull’importanza di saper distinguere le promesse da prendere in considerazione rispetto a quelle da evitare perché una falsa promessa ci mette davvero poco a diventare un raggiro per farci fare qualcosa che non volevamo.

Chi ci crede che ancora oggi, dopo settecento anni, ci siano persone che provano a “fregare” altre persone? Incredibile…

Questa domanda, dal tono volutamente ironico, mira a far risaltare il valore intramontabile dell’opera di Dante che, settecento anni fa, aveva voluto porre in risalto il fatto che le persone fanno azioni spesso per un secondo fine, e che questo fine gratificherà solo loro stesse.

Questo canto è importante ancora oggi perché, come allora l’arcivescovo Ruggeri aveva raggirato il Conte Ugolino portandolo ad una condanna che nessuno avrebbe potuto immaginare, ancora oggi in tutto il mondo ci sono dei Ruggeri che raggirano un qualunque Ugolino del duemilaventuno.

Arrivati a questo punto, vorrei raccontare una piccola storia che sarà a sostegno della mia tesi e lascerà un esempio pratico di quello che voglio trasmettere: infatti, i due personaggi della mia vicenda sono la perfetta copia del conte Ugolino (lui) e dell’Arcivescovo Ruggeri (lei) in chiave moderna.

Era inverno, una giornata gelida di Febbraio e due giovani si stavano recando in centro a Bologna per passare una giornata di affiatamento tra loro in quando poco prima era accaduta una vicenda spiacevole che aveva costretto le due giovani anime a separarsi.

Per chi se lo stesse chiedendo sto parlando delle due persone più invidiate e più amate allo stesso tempo dal popolo adolescente del loro paesino d’origine a pochi chilometri da Bologna: i loro nomi erano Melissa e Luca.

Lei era una ragazza splendida all’apparenza, ma era un incredibile miscuglio di rabbia ed invidia verso il prossimo: di primo acchito poteva sembrare la ragazza perfetta, figlia della famiglia del Mulino Bianco, ma sotto quei capelli biondi e dietro quegli occhi verdi si celava una spietata doppiogiochista che avrebbe fatto paura anche a Lucifero.

Invece lui, ingenuo come pochi, era un adolescente sicuro di sé e convinto che niente potesse succedergli senza che lui lo volesse: l’esempio calzante del Conte Ugolino in versione millennials.

Arrivati in centro, i due si recarono a mangiare in un piccolo baretto fatiscente che offriva un pasto caldo a pochi euro; si sedettero e iniziarono a mangiare. Il silenzio imbarazzante che circondava quel tavolino a due posti incastrato nell’angolo più buio del locale era struggente per lui e estremamente rilassante per lei, che così non era costretta a parlare e ad inventarsi argomenti per motivare la sua presenza lì.

Dopo pochi minuti, lui esordì prontamente con una frase per rompere il ghiaccio, ormai era diventato il suo biglietto da visita: “ Sei fidanzata?”. La risposta di lei poteva essere una e una sola ma, per non dover tergiversare altre due ore per portare a termine il vero obiettivo di quell’uscita, che non era assolutamente riallacciare i rapporti con Luca, ma fargli a sua volta una domanda, quella domanda che attendevano con ansia tutti i sostenitori di Melissa, lei controbatté senza rispondere: ”L’hai buttato davvero quel quaderno?”. 

Luca, preso alla sprovvista e senza pensarci due volte: “No, ce l’ho ancora”.

Lei fu brava perché riuscì a fare la domanda e ad ottenere la risposta senza dover a sua volta rispondere a nulla, perché lui era rimasto talmente colpito da quel cambiamento di discorso che neanche se ne accorse.

Stavano camminando lungo via Indipendenza, quasi mano nella mano: quel giochino che faceva lei con il mignolo poteva essere solo provocante fino allo sfinimento.

Solo in un secondo momento lui si accorse dell’enorme casino che aveva combinato rispondendo a quella semplice e apparentemente innocua domanda.

La vicenda si concluse in modo molto confuso: lui si accorse di quello che era realmente accaduto e, passati quei dieci secondi di ghiaccio in cui per Luca si fermò il mondo e quello che aveva senso un secondo prima ora non aveva più senso, il suo pensiero fu: ”E ora che cosa faccio?”

Il mondo si era fermato, lui si era fermato…una signora gli urtò il braccio rovesciandogli un cappuccino da asporto e sporcandogli tutti i vestiti. Grazie a questa sconosciuta signora sulla sessantina il ragazzo tornò mentalmente sulla terra da cui si era preso una pausa di appena dieci secondi per ritirarsi in se stesso e provare a realizzare che cosa gli aveva fatto quella spregevole di Melissa.

La signora, disperatissima per il malestro che aveva combinato, infilò nella tasca del ragazzo una banconota da venti euro per risarcire, almeno in parte, il danno.

Luca ringraziò la signora per averlo aiutato a tornare sul mondo dei vivi anche se lei non capì per che cosa lo stesse facendo: le chiese anche un passaggio per tornare a casa e togliersi da quella situazione così imbarazzante.

Come si può osservare da questa storia, ci saranno sempre persone pronte a raggirarci e a farci dire quello che vogliono loro, come fece l’Arcivescovo Ruggieri con il Conte Ugolino.

Ma non è tanto per questo che il canto XXXIII dell’Inferno della Divina Commedia è ancora importante; quindi, per concludere, vorrei trattare del verso ambiguo dove non si capisce se il conte Ugolino mangia i suoi figli prima di morire di fame.

In realtà, penso che, di fronte alle parole “Poscia, più che il dolor, potè il digiuno” (v. 75) possiamo solo fermarci e riflettere: il padre di tre figli viene imprigionato con loro in una torre e tutti sono destinati a morire di fame. Qualsiasi cosa che si supponga che egli abbia fatto prevede una lunga riflessione e una scelta molto importante.

“Mangio i miei figli e sopravvivo, in attesa che gli eventi possano in qualche modo evolversi?” oppure “Mi trattengo e muoio di fame insieme a loro?”; queste sono le domande che sicuramente saranno passate per la testa del Gherardesca nelle ultime ore di vita sue e dei suoi figli.

Qualunque sia la risposta che si sia dato a quelle domande, occorre riconoscere che una situazione estrema come questa porta le persone a compiere azioni fuori dal normale, azioni estreme che segnano irreparabilmente l’anima di chi le compie.

Anche in questo caso, come già prima con Luca e Melissa, mi permetto una breve divagazione: sarebbe giusto dire che nella vita abbiamo una sola possibilità? 

In generale, mi permetto di dissentire: meno male che nella vita c’è sempre una seconda possibilità, perché altrimenti saremmo tutti schiacciati dall’ansia luterana della predestinazione! Del resto, se non ci fosse l’opportunità di avere un’altra possibilità, uno come potrebbe dimostrare all’altro che ha capito di aver sbagliato? Che senso ha chiedere scusa, se non si può dimostrare con i fatti che non si ha intenzione di ripetere più l’azione scorretta? Non c’è perdono senza seconde possibilità, ma solo condanne: e si cresce meglio imparando dai propri errori piuttosto che struggendosi sui rimorsi ed i rimpianti che sono inevitabilmente legati all’assenza di ulteriori possibilità.

Ma il Conte Ugolino, chiuso nella Torre del Muda poi del Mangia con i suoi figli e nipoti, ha avuto una seconda possibilità?

Ammettiamo che il Gherardesca prima si sia cibato della carne dei suoi figli e poi sia morto di fame, solo e con l’anima dilaniata del senso di colpa provato per aver banchettato con i cadaveri dei figli: le sue sono azioni che ormai sono state fatte e non potranno mai più modificarsi. Il Conte sicuramente ha pensato che per lui non ci sono state seconde possibilità: ed ecco il motivo per il quale è condannato nell’Inferno dantesco a cibarsi della testa dell’arcivescovo per l’eternità.

Ugolino ha sbagliato e Dio l’ha punito: questo dimostra che avrebbe potuto avere un’altra possibilità.

Tuttavia, non si tratta di quelle opportunità che ti aiutano a crescere, perché di fronte alla vita, la scelta è una sola e non si può recuperare; non si può più.

Una vicenda del genere, dove un essere umano è costretto a compiere una scelta così difficile e con conseguenze che potrebbero cambiare per sempre la sua anima, non può non essere una vicenda attualissima perché tutti i giorni ognuno di noi prende delle decisioni più o meno importanti, ma sta in ognuno di noi, prima di compierle, riflettere a lungo e poi agire in modo da evitare il maggior numero di effetti collaterali; per gli altri e per noi stessi.

 

Una terzina, o dei versi di Dante da conservare

 “Poscia, più che il dolor, potè il digiuno” (v. 75)

Se questo canto fosse una canzone, un film, una serie tv

“Poetica” di Cesare Cremonini

L’autore/autrice di questo articolo viene da

classe 3Q SIA (Sistemi Informatici Amministrativi)

Scuola

Istituto Tecnico Commerciale Statale "Gaetano Salvemini" - Casalecchio di Reno - Bologna

Chi ci crede che ancora oggi, dopo settecento anni, ci siano persone che provano a fregare altre persone? Incredibile…
Questa domanda, dal tono volutamente ironico, mira a far risaltare il valore intramontabile dell’opera di Dante che, settecento anni fa, aveva voluto porre in risalto il fatto che le persone fanno azioni spesso per un secondo fine, e che questo fine gratificherà solo loro stesse. Come fece l’arcivescovo Ruggeri con il conte Ugolino, di cui Dante parla nel canto XXXIII dell’Inferno.
Questo canto è importante ancora oggi perché, come allora Ruggeri ha raggirato il Conte Ugolino portandolo ad una condanna che nessuno avrebbe potuto immaginare, ancora oggi in tutto il mondo ci sono dei Ruggeri che raggirano un qualunque Conte Ugolino del duemilaventuno.
E ancora, come porsi di fronte alle parole “Poscia, più che il dolor, potè il digiuno” (v. 75)? Possiamo solo fermarci e riflettere: il padre di tre figli viene imprigionato con loro in una torre e tutti sono destinati a morire di fame. Qualsiasi cosa che si supponga che egli abbia fatto prevede una lunga riflessione e una scelta molto importante. Ammettiamo che il Gherardesca prima si sia cibato della carne dei suoi figli e poi sia morto di fame, solo e con l’anima dilaniata del senso di colpa provato per aver banchettato con i cadaveri dei figli: le sue sono azioni che ormai sono state fatte e non potranno mai più modificarsi. Il Conte sicuramente ha pensato che per lui non ci sono state seconde possibilità: ed ecco il motivo per il quale è condannato nell’Inferno dantesco a cibarsi della testa dell’arcivescovo per l’eternità.
Ugolino ha sbagliato e Dio l’ha punito: questo dimostra che avrebbe potuto avere un’altra possibilità. Ma quale?

“Mangio i miei figli e sopravvivo, in attesa che gli eventi possano in qualche modo evolversi?” oppure “Mi trattengo e muoio di fame insieme a loro?”; queste sono le domande che sicuramente saranno passate per la testa del Gherardesca nelle ultime ore di vita sue e dei suoi figli.
Qualunque sia la risposta che si sia dato a quelle domande, occorre riconoscere che una situazione estrema come questa porta le persone a compiere azioni fuori dal normale, azioni estreme che segnano irreparabilmente l’anima di chi le compie.

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