Adotta uno scrittore 2022

Rozzano non c’entra niente con me, tuttavia….


Mariella Carena (volontaria associazione Liberi Dentro)


Sono cresciuta in una casa popolare negli anni 50-60, in un ambiente  dove non c’erano i problemi della tua Rozzano  –  criminalità, tossicodipendenza, disagio sociale – ma le condizioni economiche erano modeste e modesto era il livello culturale dei nostri genitori. Come la maggior parte degli adulti di quegli anni, pochi avevano avuto la possibilità di studiare e il loro corso di studi si era fermato alla quinta elementare , o alla sesta, come mi raccontava mio padre. Nei due palazzi che sorgevano in un unico grande cortile vivevano 16 famiglie ed eravamo tanti bambini. Conservo, tra gli altri,  il ricordo bello di interminabili partite di “palla in campo” in cui correvamo come forsennati da una base all’altra , a fare l’arbitro Bruno, un ragazzo un po’ più grande di noi.

Non che non ci fossero problemi di convivenza, soprattutto dovuti alle famiglie più rozze e più numerose, ma erano per lo più limitati alla rumorosità che causavano , ai toni di voce troppo alti, alle urla verso i figli disubbidienti . Con le famiglie con cui si era più in sintonia si organizzavano , in certe ricorrenze, pranzi in comune e si faceva festa insieme , si cantava e si scherzava, ma anche si condividevano i problemi, di salute in particolare, e  ci si aiutava; ricordo che mia mamma si prese cura per molto tempo, volontariamente, di una signora che abitava nell’alloggio sopra il nostro,   rimasta vedova e sola, dopo che i cinque figli , due femmine e tre maschi, si erano sposati; con loro siamo rimasti in relazione per molto tempo, con altri io e mia sorella lo siamo ancora oggi, anche dopo la morte dei nostri genitori.

A differenza di te, Jonathan, non ho vissuto da bambina situazioni di emarginazione, giocavo volentieri con gli altri nonostante una timidezza innata che mi sono portata dietro negli anni e che con il tempo ho imparato ad accettare e  in parte a gestire.

La mia era una famiglia serena, i miei genitori si volevano bene e ci volevano bene, nulla del necessario ci mancava e il contesto in cui vivevamo era simile al nostro, in alcune situazioni più modesto.

Fra i numerosi figli, una cinquantina circa, di tutte queste sedici famiglie, a laurearci siamo state tre in tutto, forse dodici  si sono diplomati, altri, la maggioranza, si sono fermati alla scuola dell’obbligo o hanno frequentato corsi professionali, di avviamento ( si chiamava così) al lavoro; la maggioranza ha cominciato presto a lavorare e pressochè tutti hanno  conseguito posizioni magari modeste, comunque dignitose:  operai, artigiani, impiegati.

Io sono una delle tre laureate ( strano a ripensarci, a laurearci siamo state tutte femmine). I miei genitori erano persone intelligenti e, pur con sacrifici, hanno voluto che io e mia sorella studiassimo, abbiamo frequentato le Magistrali e, vinto il primo concorso, abbiamo cominciato giovanissime ad insegnare; io poi ho continuato a studiare, mi sono laureata in Lettere , ho dato un altro concorso e sono passata ad insegnare nella Scuola Media.

Che cosa della mia esperienza è affine a quella che hai raccontato nel tuo primo libro? Riprendo due sue frasi : “Sono il migliore perchè devo esserlo…”

“ Perchè nessuno mi dice che, se mi impongo questo regime, mai una caduta, mai una scivolata, è perchè io sento di non valere niente ?”

La condizione, più o meno esplicitata, ma chiara nella mia  mente , era che per proseguire negli studi dovessi  conseguire sempre buoni risultati e non avere mai bisogno di “ripetizioni” cioè di lezioni supplettive a pagamento, che i miei non si potevano permettere.  Da lì la messa in atto di uno studio tale che garantisse da ogni possibilità di caduta, una tensione alla perfezione, a non trascurare nulla nello studio; di conseguenza, e il passo è breve, ad arrivare ad essere la migliore  (  era anche il modo di dimostrare riconoscenza verso i miei genitori).

Nelle statistiche, riferite a quegli anni ma anche ad oggi, i dati di coloro che conseguono una laurea, messi in rapporto al loro ambiente di provenienza, dimostrano che la maggioranza dei laureati proviene da famiglie di laureati o diplomati e/o con una situazione economica adeguata.

La linea di partenza non è la stessa per tutti nella vita e chi parte svantaggiato e vuole realizzare i suoi sogni deve equipaggiarsi di risorse personali in misura superiore a chi gli sta  davanti già fin

dalla nascita. Deve essere intelligente, direi un po’ più  della media, assai determinato, capace di impegno e  anche di sacrificio ; molto facilmente diventerà un secchione, rischierà di essere considerato un egocentrico perchè concentrato solo sul suo personale rendimento scolastico, un narciso pieno di sé, proprio come ti dicevano in classe, Jonathan…

Anch’io sono stata considerata una secchiona e, ripensando a com’ero negli anni dell’adolescenza, mi colgo rigida e severa verso me stessa e di conseguenza verso gli altri,  tesa e attenta a non perdere un colpo, ad essere sempre all’altezza di ogni situazione scolastica. E’ il prezzo che io, come te e tanti altri come noi, hanno dovuto pagare: uno studio quasi “matto e disperatissimo”!

Ha contribuito a rendere la mia adolescenza un periodo non facile anche un altro fattore: mi vergognavo della modestia della condizione economica della mia famiglia e  di abitare in una casa popolare. Le mie compagne e i miei compagni di scuola provenivano per lo più da famiglie abbienti. Tu racconti che ti facevi lasciare in un posto lontano dal quartiere in cui abitavi, quando qualcuno ti accompagnava a casa; pur  essendo  cresciuta in un ambiente diverso  dal tuo, ma tuttavia in un condominio di edilizia popolare, mi sono ritrovata in questa tua esperienza di vergogna. Di lì il passo a coltivare un senso di inferiorità e di scarsa autostima  è breve, anche perché è quello che  ti trasmettono i genitori nei confronti di chi è più abbiente e più colto.  Mi ritrovo nel racconto che fai di te  nel fatto che anche per me   la ricerca della perfezione e dell’ammirazione da parte degli insegnanti è stata una compensazione alla mancanza di autostima, lo è stata la ricerca del successo scolastico e della conseguente invidia che molte compagne avevano nei miei confronti: era per me come il riscatto da una condizione che ritenevo  di inferiorità.

Ci si libera lentamente, e forse mai del tutto, da un’insicurezza che ci si porta dentro;  tuttavia, grazie allo studio e alla  lettura, alle riflessioni, all’esperienza e ad una conquistata consapevolezza mi sono resa conto che la mia storia personale, come quella di altri simile alla mia, pur nei suoi passaggi dolorosi, è stata arricchente :  mi ha offerto  preziosi criteri di analisi e di comprensione degli esseri umani e della realtà e mi ha dato uno sguardo attento ai meno fortunati o comunque a chi nella vita fa più fatica o  dalla vita è più provato.

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