Torino, vista con gli occhi di chi vi mette piede per la prima volta, sa di essere un labirinto misterioso e spiazzante. È questa la visione della città che Monica Martinelli ci racconta in un tour guidato oggi, 11 ottobre 2026, seconda giornata di Portici di Carta: un percorso che parte da Porta Nuova, attraversa il quartiere di San Salvario e offre la possibilità di vivere in prima persona i luoghi raccontati dalle testimonianze di chi vi giunge cercando un nuovo inizio.
Il viaggio non può che iniziare sul binario della stazione di Porta Nuova, da sempre il primo impatto con la città per chi arriva da lontano. Nelle pagine di “Immigrato” (1990) di Salah Methnani, la stazione appare oscura e dispersiva: “Il treno frena a lungo, lentamente, si blocca, torna indietro di qualche metro. Torino (…). La nebbia avvolge le strade e i palazzi come una bianca inquietudine. (…) Compro una mappa dellaà e mi metto a studiarla. Sulla carta Torino sembra più incomprensibile. Le linee delle strade, invece di dipanarsi in una possibile lettura, si aggrovigliano, si contorcono fino a comporre una ragnatela, un arabesco che non ha più nè capo nè coda”.
Porta Nuova è stata anche la grande porta d’accesso della migrazione interna, quella degli italiani del Sud diretti alla FIAT, ricordata da Nanni Balestrini in “Vogliamo tutto!” (1971) e rievocata da Mimmo Calopresti in “Io e l’avvocato”(2013), dove il risveglio sulla banchina trasmetteva l’impressione che “Tutta la Calabria fosse arrivata a Torino”.
Uscendo verso Corso Vittorio Emanuele II, che segna il confine settentrionale del quartiere, si incontra subito il suggestivo Palazzo Priotti. Nei panni del personaggio Tarik nel romanzo”Via Artom”(2016) di Alessandro Musto, questo punto della città diventa una vera dogana tra mondi differenti: “A quell’altezza Corso Vittorio era frontiera, dogana: due folle distinte, due maree di persone e di colori differenti, si affrontavano, si scontravano con morbidezza, e non si fondevano…”
Proseguendo l’esplorazione, ci si imbatte in una zona ricca di pluralismo etnico e religioso. La Sinagoga di San Salvario, cuore pulsante della comunità ebraica torinese, un simbolo di resilienza urbana: distrutta dai bombardamenti del 1942, stata ricostruita nel 1949, continuando a testimoniare la ricchezza culturale e la storia del quartiere.
A fianco si trova la scuola ebraica di via Sant’Anselmo intitolata a Emanuele Artom, un luogo simbolo della Resistenza in cui Primo Levi, nel suo “Il sistema periodico” (1975), rifletteva sulla necessità di inventare un nuovo antifascismo partendo dalle radici più profonde: “Bisognava ricominciare dal niente, inventare un nostro antifascismo, crearlo dal germe, dalle radici, dalle nostre radici”.
Il cammino prosegue toccando la libreria Claudiana e l’imponente Tempio Valdese di corso Vittorio Emanuele, inaugurato nel dicembre del 1853.
Continuando l’itinerario verso Piazza Madama Cristina, ci si immerge nel vivace mercato rionale. Gestito in gran parte da comunità nordafricane, il mercato è il palcoscenico di scambi culturali, ma anche di tensioni e paradossi sociali raccontati da Amara Lakhous in “La zingarata della verginella di via Ormea” (2014):
“Eravamo vicino al mercato di Madama Cristina quando una donna sulla cinquantina ci ha aggredite senza alcun motivo. «Andatevene via!» ha gridato. «Dove dobbiamo andare, signora?», le ho chiesto pazientemente. «Tornatevene al vostro paese!». «L’Italia è il nostro paese». «Non far ridere i polli» ha aggiunto con tono sarcastico. Allora mi sono avvicinata a lei e le ho spiegato che siamo sinti piemontesi. I nostri antenati sono arrivati in Piemonte nel Medioevo. Quindi l’Italia è la nostra patria da secoli. Non siamo dei nuovi arrivati. La signora è rimasta incredula e di Porta Nuova. È qui che le parole dello scrittore iracheno-italiano Younis Tawfik, tratte da “La straniera” (1999), restituiscono il senso ultimo del viaggio: un ritorno a casa, su una panchina di fronte alla stazione, dove la memoria si colma di volti, suoni e odori provenienti da lontano, trasformando lo spazio urbano in un abbraccio familiare.
Camminare da Porta Nuova fino al cuore di San Salvario significa incrociare sguardi, storie ed esperienze diverse che ogni giorno convivono insieme: è proprio l’incontro tra tutte queste persone a rendere Torino una città davvero aperta e multietnica.