E all’improvviso gira una voce: che ci stiamo arrivando alla meta, cioè l’Italia. È subito una forte emozione di paura perché è un paese straniero, non sappiamo niente; non sappiamo come dobbiamo fare per arrivare dove vogliamo, ma è anche un’emozione forte: alla fine siamo vivi veramente, ne è valsa la pena rischiare. […] Questo viaggio terribile è anche la grande dimostrazione di umanità, perché nella difficoltà l’umanità ci unisce, nella sofferenza cadono tutti i pregiudizi. […] La peggiore arma contro l’umanità è l’indifferenza; si inizia a vedere un fuoco di terra.” (Perché ero ragazzo, Alaa Faraj) Con la lettura di una pagina del romanzo epistolare di Alaa Faraj si è concluso l’intervento del Festival di Internazionale “Perché ero ragazzo” tenutosi alle 16 di sabato 3 ottobre nel giardino del castello di Ferrara, mediato da Annalisa Camilli con la partecipazione dell’autore del libro e della giurista Alessandra Sciurba. Ed è da qui che vogliamo cominciare a raccontare la storia di Alaa. Dopo l’inizio della guerra civile in Libia, la sua quotidianità viene sconvolta e i suoi sogni infranti, per questo nel 2015 insieme a due amici e con l’appoggio della famiglia decide di organizzare la fuga per rincorrere l’obiettivo di diventare calciatore e continuare gli studi. Non essendo riusciti ad ottenere il visto nella città di Tripoli, costretti, scelgono di affidarsi ai trafficanti e questo li porta ad attraversare il mar Mediterraneo per tre giorni con un’imbarcazione precaria che trasportava più di trecentoventi persone. Durante il viaggio più di quaranta persone perdono la vita e chi sopravvive continua a vivere con una sensazione di salvezza colma di senso di colpa per chi non c’è più. Arrivati in Italia gli viene detto da un traduttore che l’indomani sarebbero stati portati in un centro accoglienza, lo stesso luogo che si rivelerà poi un carcere. Sono più di tremila i ragazzi nelle carceri italiane considerati scafisti e tra questi c’era Alaa. Considerati perché nel suo intervento Sciurba ha spiegato il meccanismo: un sistema costruito negli ultimi decenni, non solo dall’attuale governo, che si fonda sul reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, previsto dall’articolo 12 del testo unico. Il reato, ha sostenuto, è scritto in modo così vago da colpire chi attraversa il mare e chi cerca di salvare le vittime, mentre è quasi impossibile che arrivi a toccare i trafficanti. Spesso chi guida la barca lo fa perché costretto a pagarsi il viaggio, accetta la responsabilità senza sapere nulla delle persone a bordo, e la prima cosa che dice è che non c’era nessun equipaggio. Sciurba ha criticato anche gli accordi con le autorità libiche, perché permettono di fermare le persone prima che raggiungano il territorio italiano, con navi e soldi europei. Il processo si regge sulle testimonianze dei sopravvissuti, interrogati nelle ore successive allo sbarco, sotto pressione. Molti, ha spiegato, parlano per paura o per riconoscere gli altri, e su quegli interrogatori si costruisce l’accusa. Oggi, ha aggiunto, ci sono avvocati più esperti e una magistratura più attenta, anche se per molti la correzione arriva troppo tardi. Nel caso di Alaa è in corso un nuovo processo. In carcere Alaa ha imparato l’italiano, ha frequentato la scuola e, dopo otto anni, ha incontrato Sciurba, che teneva un laboratorio di scrittura. Dalle lettere e dalle pagine scritte è nato il libro. “Ogni volta che imparo la rabbia si scioglie”, dice a un certo punto, e oggi ha ripetuto di non provare odio: nella scuola, ha raccontato, non si sentiva un carcerato, ma uno studente. Ha detto di essere grato all’Italia, dal giorno in cui è stato salvato in mare, e alle persone che ha incontrato: “Sono fortunato”, ripete, ricordando che altri detenuti non hanno avuto la stessa sorte e che c’è chi pensa di “buttare le chiavi”. Dopo dieci anni, ha raccontato, è arrivata la grazia e con essa i primi permessi: l’università, il calcio, le scuole dove va a parlare ai bambini. Per dieci anni, ha spiegato, la sua vita è rimasta sospesa; ora, con un nuovo processo, comincia una nuova fase. La vita, ha detto, è bellissima, e la consapevolezza di quanto sia preziosa è ciò che gli è rimasto.