Categoria di test, Cronache, Leggere Lolita a Teheran 2026

Tante storie per un pezzo di stoffa


Carola Sofia Adamo Classe 3C Scientifico

Liceo G. B. Impallomeni - Milazzo (ME)

Nome Scuola

Liceo G. B. Impallomeni

Città Scuola

Milazzo (ME)

Mi chiedo ancora, a distanza di anni, se a scatenare la guerra del 1980 sia stata l’arroganza dei rivoluzionari islamici oppure un’ostilità tra due popoli che si guardavano da secoli con diffidenza. Non mi sono data delle risposte, forse non esistono risposte pulite per guerre sporche, ma so con certezza che in quegli otto anni la mia vita è cambiata per sempre, nel profondo, in un posto dove nessun decreto può arrivare e nessuna rivoluzione può governare. Eppure ciò che mi ferì più di tutto, più della paura e del rumore sordo delle notizie di guerra, fu perdere la mia libertà. In un solo colpo, la mia identità fu annullata. Diventai un fantasma. Non ero più la ragazza che camminava con quella sicurezza tranquilla di chi conosce le proprie strade a memoria, che fino al giorno prima correva lungo i viali alberati sentendo l’aria tra i capelli, che indossava abiti eleganti e si truccava davanti allo specchio con la lentezza serena di chi ha tutto il tempo del mondo. Forse io e le mie amiche non eravamo perfette, chi lo è? Ma avevamo dei sogni, e tra questi non c’era certo, non ci sarebbe mai stata, la voce di uno Stato che ci diceva come coprire il nostro corpo.

Lo chiamano velo, e la gente pensa a un colore, a un tessuto, a una questione di moda o di fede personale. Pensano che sia una cosa che riguarda Dio, e la coscienza intima di noi donne. Ma quel pezzo di stoffa non fu mai solo un pezzo di stoffa: fu un confine tracciato sui nostri corpi senza chiederci il permesso, una frontiera disegnata sulla nostra pelle da mani che non ci appartenevano. Non piangevo per capriccio. Mi chiedevo cosa avrebbero pensato di me le studentesse quando mi avessero vista entrare in classe con il velo, io che avevo giurato ad alta voce, davanti a tutte, di non indossarlo mai. Tutti lo definiscono solo un pezzo di stoffa, con quella parola, solo, che schiaccia e minimizza. Ma il modo in cui lo Stato mi diceva che il mio corpo doveva essere coperto, che persino l’aria che respiravo doveva essere sorvegliata, mi opprimeva con un peso che non aveva nulla di tessuto.

Non riuscivo più a pensare a me stessa come a un’insegnante, come a una scrittrice. Mi sentivo invisibile un personaggio immaginario disegnato da un illustratore distratto e cancellato con una gomma qualsiasi, senza lasciare traccia. Nascondevo persino le mie mani dentro le maniche di una veste nera, come se non le possedessi più, come se non fossero mie. Le stesse mani che avevano scritto, sottolineato libri, gesticolato mentre spiegavo, tenuto le mani delle amiche. Dove io vedevo idee e progetti, i guardiani della rivoluzione vedevano volti e rossetti da correggere. Dove io vedevo il mio fantasma che fluttuava silenzioso lungo la strada, loro vedevano ciuffi ribelli da domare. Il mio interno era altrove, irraggiungibile, libero ma il mio esterno era diventato un campo di battaglia che non avevo scelto. Non ero la sola ad avere la sensazione di aver smesso di esistere. Non ero la sola a scoprirmi inesistente all’improvviso, a fare i conti ogni mattina con quel vuoto strano, quel senso di smarrimento di chi si guarda allo specchio e fatica a riconoscersi. Eravamo in molte, silenziose, ciascuna con la sua storia cucita addosso come un’ombra. Un pezzo di stoffa può coprire i miei capelli. Può nascondere il mio viso, può togliermi il sole agli occhi. Ma non potrà mai e dico mai, coprire le mie idee. Quelle non hanno forma. Quelle non si piegano.

Un donna iraniana

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