Laboratorio, Leggere Lolita a Teheran 2026, Un libro tante scuole

La cultura disobbedisce


Sara Gargiullo, Gaia Luisi, Rocco Mazzia, Eva Nicoletti, Marta Niger, Claudia Perri

Polo lieale Galileo Galilei - Trebisacce (CS)

Nome Scuola

Polo lieale Galileo Galilei

Città Scuola

Trebisacce (CS)

Leggere Lolita a Teheran rappresenta una grande testimonianza messa per iscritto di cosa accade se la propria religione, vista come una salvezza, in realtà diventa un temibile estremismo. Il cuore del racconto è il seminario clandestino dove l’autrice e le sue studentesse si riuniscono per leggere i classici, trasformando la cultura nell’unico spazio di libertà possibile sotto un totalitarismo che tenta di cancellare l’identità femminile con l’obbligo del velo e in più la vita di chiunque, limitata con altre regole rigide: censura, controllo del comportamento e delle idee. In questo contesto, anche qualcosa di semplice come leggere alcuni libri diventa un atto «proibito». 

Leggere, quindi, è sin dall’inizio e fino alla fine un altro protagonista della storia. La lettura rappresenta l’occasione di fuga: evadere da un universo che ci appare cupo e dove l’unico spiraglio di luce che si intravede è trasmesso per iscritto. 

Leggere, in più, sprona alla libertà mentale e rinforza il diritto di pensare, di scegliere e costruire la propria identità. «Libertà» è una condizione lontana, negata, e si cerca di raggiungerla quantomeno con piccoli gesti: all’interno di quel gruppo segreto, le ragazze, potevano pensare, argomentare e sentirsi se stesse. 

Come afferma Italo Calvino: «Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà». La letteratura, ormai, «non è più un lusso, ma una necessità». Necessità per sconfiggere l’ignoranza e la mancanza di curiosità, ma anche per far sopravvivere l’animo, chiuso in se stesso. 

«E per questo che il nostro Imam dice che la penna ne ferisce più della spada.»

Questa metafora mette in evidenza un concetto molto importante: «la penna» è più potente, alcune volte, «della spada». Riconosce quindi che parole, idee e opinioni possono essere più incisive e funzionali della violenza stessa, avendo la capacità di cambiare la mentalità, generare consapevolezza o alimentare forme di ribellione. Le situazioni narrate durante gli anni in Iran nel periodo della Rivoluzione sono attuali ancora oggi, soprattutto dopo gli ultimi conflitti. 

«Incredibile come si finisca per abituarsi a tutto. Sembrava che non mi accorgessi di quanto la vita quotidiana fosse ormai imprevedibile e convulsa.» 

Nel libro la professoressa Azar Nafisi pone in evidenza come le persone, senza quasi accorgersene, finiscano per abituarsi alle norme oppressive del regime iraniano. 

La scrittrice non dà la colpa ai singoli individui, ciò che contesta realmente è il processo di adattamento e assuefazione, caratterizzati da paura, rassegnazione, stanchezza e compromessi quotidiani. 

Nafisi condanna in modo chiaro l’assuefazione al regime, la passività delle persone, la mancanza di reazione collettiva, la lenta e terribile abitudine all’oppressione che trasforma l’eccezione in normalità. Proprio la mancanza di reazione è una delle forze che permettono al regime di rafforzarsi, così come pensare di essere impotenti per cambiare ormai le cose. 

Azar Nafisi non giudica chi si adatta, in lei emerge un dolore profondo nel vedere come questo adattamento nel tempo diventi soffocante. 

La vera tragedia non è solo la repressione da parte del regime iraniano, ma la sua normalizzazione. 

La rassegnazione di un popolo è un fenomeno complesso che spesso segna il passaggio dalla resistenza attiva all’apatia sociale. Proprio la rassegnazione è il successo più grande di ogni potere autoritario, perché, purtroppo, trasforma i cittadini in spettatori passivi della propria decadenza.  

«In politica Farideh e Mina erano agli estremi – una era una marxista militare, l’altra una monarchica convinta. Ciò che le univa era l’odio incondizionato per il regime.» 

Nonostante gli schieramenti politici, era evidente che il nemico generale stava diventando il regime. 

Queste sono solo due delle innumerevoli donne menzionate nel romanzo e tra le più testarde troviamo Laleh. 

«Sì, mi hanno chiesto di scegliere se obbedire subito alle nuove regole o lasciare il posto. Ho scelto di non obbedire e adesso sono una donna libera.»

Queste sono le sue parole dopo che le fu posta davanti una scelta: sottomettersi o ribellarsi e rimanere sulla propria convinzione, ovvero che il velo non fosse una regola da osservare bensì una scelta religiosa che rappresentava il rapporto più puro tra lei e il suo dio.

A Laleh, sarta professionale e fantastica cuoca, sembrava che il termine «impeccabile» fosse stato inventato per lei. Eppure, agli occhi di chi era certo di avere potere, nascondeva uno spregevole difetto. 

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