Laboratorio, Leggere Lolita a Teheran 2026, Un libro tante scuole

L’istruzione delle donne in Iran: uno strumento per combattere il regime e una via di fuga da esso


Deniz Atalay, Davide Bazzini, Valentina Burzoni, Kristin Kapllanaj, Luca Saccardi

Liceo M. Gioia - Piacenza

Nome Scuola

Liceo M. Gioia

Città Scuola

Piacenza

In Leggere Lolita a Teheran l’autrice, la professoressa universitaria Azar Nafisi parla della sua esperienza all’Università Allameh Tabatabai di Teheran e del ruolo che la cultura ha avuto nella vita sua e in quella di alcune sue studentesse. Grazie alla passione che condividono per la letteratura, le studentesse e la professoressa riescono a creare uno spazio sicuro per esprimersi liberamente, lontano da un regime opprimente che riesce a penetrare all’interno delle mura scolastiche.

Dai libri che leggono e commentano a casa dell’autrice, le ragazze estrapolano concetti e temi universali e che ritrovano nelle vite delle donne iraniane. Di conseguenza, le critiche al regime nascono dall’interpretazione di libri occidentali che narrano storie di un mondo in apparenza diverso, ma simile a quello iraniano in alcuni aspetti, che le studentesse riescono a cogliere. In questo modo le ragazze possono dare vita ad accesi dibattiti sul regime e sul ruolo invasivo che ha nelle loro vite private: nemmeno nel chiuso delle loro case esse si sentono al sicuro dalla polizia morale, la quale non esita a incarcerare chiunque reputi sospetto. Un episodio racconta la brutalità dei poliziotti nel punire chi non si adegua ai dettami morali del regime: una delle giovani donne riferisce alla professoressa di esser stata incarcerata con delle sue amiche solo perché si trovavano nella stessa casa con un ragazzo: nonostante la polizia morale non avesse trovato nulla di compromettente all’interno dell’abitazione, le ragazze erano state tenute in cella per giorni.

Il regime, quindi, non solo controlla in modo totalitario la vita privata di tutti gli iraniani, ma cerca «peccatori» anche dove non esistono, seminando paura e ansia nei cuori di tutte le persone. L’unica arma che le donne hanno a loro disposizione finisce per essere proprio quella che il regime cerca di sottrarre loro in modo prima graduale e poi esplicito: la cultura. È proprio grazie ai libri vietati dalla repubblica islamica che le studentesse trovano la libertà da loro tanto desiderata: libertà di esprimersi, di conversare senza censure, di mettere in discussione le decisioni che il regime prende, di avere un momento di riflessione in cui pensare a chi sono e a chi vogliono essere, al di fuori del ruolo della donna sottomessa a loro imposto. La loro conoscenza della letteratura anglosassone le aiuta anche ad ampliare la visione che hanno del mondo e ad affrontare la vita da diverse prospettive, rivalutando le proprie abitudini e il modo in cui vivono.

L’istruzione non è solo uno strumento per contrastare il modo in cui il regime cerca di plasmare e condizionare la vita delle donne, ma rappresenta anche una via di fuga dall’Iran: una gran percentuale di studentesse iraniane completano parte degli studi all’estero, spesso in paesi occidentali o anglosassoni, come gli Stati Uniti d’America. La professoressa stessa afferma di aver studiato sia in un collegio in Svizzera, che essersi laureata in un’università dell’Oklahoma. Lo studio permette dunque di allontanarsi dal regime, sperimentare la vita in una democrazia e la libertà di essere sé stesse. Proprio per questo Azar Nafisi, dopo aver insegnato per alcuni anni a Teheran con sempre maggiori restrizioni, decide di ritornare in America. È una decisione sofferta, in quanto lei ama il suo paese, ma non può più sopportare di vivere sotto un regime che non tollera la libertà delle donne di esistere, e le obbliga a coprirsi dalla testa ai piedi, poiché il loro corpo potrebbe indurre gli uomini a commettere atti impuri. Il velo imposto dal regime tradisce perciò il significato religioso che esso aveva in origine, quando esisteva la libertà di scegliere se indossarlo o meno.

L’ambiente scolastico in cui la professoressa si ritrova a insegnare è solo uno dei tanti esempi che dimostrano la disparità di trattamento tra studenti maschi e femmine: i ragazzi sono liberi di entrare dal cancello principale, mentre le ragazze sono obbligate a passare per una porticina che le conduce a una stanza in cui sono controllate da ispettori, il cui compito è verificare che non assumano comportamenti considerati inappropriati dal regime, quali colorarsi le unghie o truccarsi il viso, in modo da non distrarre gli studenti dalla loro istruzione. Nonostante le vessazioni quotidiane che ostacolano la loro vita studentesca, le donne iraniane rappresentano una percentuale significativa dei laureati del loro paese, costituendo il 64% di essi, percentuale che sale al 70% nelle facoltà STEM. Ancora una volta, le donne iraniane dimostrano di non arrendersi davanti alle molte difficoltà che affrontano durante il loro percorso scolastico, anzi, tali ostacoli le incoraggiano a dimostrare di essere uguali agli uomini in questione di intelletto, se non di più.

Queste limitazioni quindi, invece di fermarle, rafforzano la loro volontà di affermarsi attraverso lo studio nella società e di costruire un futuro diverso per essere riconosciute per le loro competenze e il loro impegno. Ad esempio, il fratello di una delle protagoniste cerca di impedirle di partecipare al gruppo che si riunisce in segreto, e un’altra mente al proprio padre pur di raggiungere le altre a casa dell’autrice.

Occorre sottolineare che le leggi imposte dal regime che dovrebbero proteggere la moralità del popolo dalla corruzione impressa nella cultura occidentale/americana limitano la libertà di tutti i cittadini, anche degli uomini; ad esempio, il divieto di vendere e leggere libri proibiti riguarda tutti gli studenti, senza distinzioni di sesso.

In conclusione, la cultura per le donne iraniane rappresenta non solo una forma di resistenza a un regime opprimente che condiziona la vita di tutti i cittadini, ma una via di fuga da esso, che permette loro di evadere dal grigiore del mondo in cui sono costrette a vivere.

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