La Peste, Un libro tante scuole

Perchè la lettura di “La peste” mi ha fatto rivivere il 2020


Samuele Oddi


Una cosa che ti ha colpito

Una cosa che mi ha colpito di questo libro è sicuramente il parallelismo con i giorni d’oggi, frequente in moltissimi passi.

Una frase del libro da conservare

“…i lunghi sforzi disperati e monotoni che alcuni individui, come Rambert, facevano ancora per ritrovare la felicità e sottrarre alla peste quella parte di se stessi che strenuamente difendevano.” pagina 167

La lettura di “La peste” di Camus, un libro pubblicato nel 1947, è ricca di riferimenti all’attualità e al momento che tutti stiamo vivendo.
Dopo la morte di alcune persone a causa di una malattia definita incurabile, due medici, Rieux e Castel, capirono che a Orano era da poco iniziata una epidemia di Peste. Da questa denuncia, sanitaria e sociale, che invita alla massima prudenza, parte una rivolta contro le autorità, assimilabile al negazionismo, atteggiamento verificatosi durante le prime settimane, quando si parlava di Covid; nessuno voleva credere ai due medici e la gran parte della popolazione ha continuato la vita di tutti i giorni, permettendo in tal modo la rapida diffusione dell’epidemia. Alcuni passi del libro sono molto simili a frasi che sentivamo dire dai negazionisti, come: “Ma di sicuro non è contagiosa” a pagina 55; “E comunque, cosa le dice che ci sia rischio di contagio?” a pagina 56 ed “è tutta colpa del clima” a pagina 60.
Poi si susseguirono le morti con sintomi simili a quelli di un’epidemia di peste. Le persone ebbero paura e iniziò ufficialmente la quarantena: sembra di rivivere le vicende di marzo 2020, mese caratterizzato da vere e proprie “guerre mediatiche”: l’attacco alla Cina, alcuni Stati che continuavano la vita di tutti i giorni, opponendosi alle restrizioni di altri Stati più prudenti. I primi mesi di quarantena ad Orano furono un’anomalia per le persone in quanto erano abituate ad un determinato stile di vita, nella maggior parte dei casi monotona. Inizia la speculazione e la paura di restare senza viveri permise a persone come Cottard di lucrare, alzando i prezzi e guadagnando sempre di più. Anche all’inizio della pandemia di Covid, in alcune città c’è stata la corsa ad accaparrarsi più generi alimentari possibili e a fare scorta di beni di prima necessità; un capitolo a parte si è aperto con le mascherine che, nonostante avessero il prezzo di produzione molto basso, hanno toccato cifre rilevanti e fuori mercato. Ci sono voluti mesi prima che venisse stabilito un prezzo massimo e le lunghe file fuori dai supermercati finissero.
L’invenzione del vaccino, chiamato più volte “siero”, da parte di Castel, è l’ultima spiaggia per la popolazione di Orano. La prima somministrazione non funziona e l’epidemia continua a incombere sulla popolazione. È incredibile come tanti passi di questo libro siano lontani, ma allo stesso tempo vicini alla realtà di oggi: anche il vaccino Astrazeneca potrebbe aver causato delle morti e pochi ancora se lo fanno somministrare. Il siero di Castel, tuttavia, cominciò a funzionare e la città uscì ufficialmente dalla quarantena.

Se c’è una cosa che, personalmente, ho apprezzato di questo libro, è la grande ricchezza di passi su cui poter riflettere. Leggere, secondo me, non è solo un momento di studio o di riposo, ma anche l’occasione per mettere in ordine i propri pensieri e metterli in discussione grazie alla visione di alcuni aspetti attraverso altri punti di vista. “La peste” mi ha permesso di vedere la pandemia e la situazione passata con altri occhi. Alcune scene, rappresentate con grande abilità da Camus sono descritte, come afferma Yasmina Melaouah, da un solo narratore che è la voce di tutti: la popolazione mette da parte l’interesse personale e pensa a quello collettivo.

Se c’è un punto di vista che mi ha aiutato a comprendere meglio la pandemia è quello dei medici che con i loro occhi hanno visto la morte, ripetutamente ed ogni giorno. I dati dei decessi e dei contagi che uscivano al telegiornale, per quanto terribili, non mi hanno mai permesso di avere chiara la situazione. Vedere dei numeri su uno schermo non mi ha dato l’idea di cosa stesse accadendo. Pensare invece ai medici e alle situazioni vissute negli ospedali, leggere alcune scene descritte nel testo di Camus, per niente lontane da quelle di oggi, mi ha permesso di comprendere la vera portata di tutto ciò: il momento della morte visto da chi ha fatto di tutto per evitarlo, da chi lotta per rimanere in vita ma non può sottrarsi al proprio destino ed il dolore dei cari.

Secondo me, noi giovani siamo stati tra i più fortunati, anche se a noi non è mai sembrato: hanno tutti lottato per garantirci un futuro, rischiando il loro. Dai genitori, che uscivano di casa ogni giorno esponendosi al pericolo, per darci da mangiare, ai medici, che hanno lavorato ogni giorno per fermare questa pandemia. Se stiamo uscendo fuori da questa situazione è grazie a loro e la lettura del libro mi ha aiutato a capire ancora di più cosa queste persone hanno passato.
Abbiamo pensato che il futuro ci era negato da chi ci ha fatto rimanere a casa, lasciandoci soli nella monotonia che in realtà ci ha salvato. Riguardo questo tema, un passo mi ha colpito particolarmente, per i ricordi che mi ha suscitato:

“Sono i lunghi sforzi disperati e monotoni che alcuni individui, come Rambert, facevano ancora per ritrovare la felicità e sottrarre alla peste quella parte di sé stessi che strenuamente difendevano.”a pagina 167.

Ho passato dei giorni molto bui durante la prima quarantena. Mi chiedevo cosa avessi fatto di male per passare quella fase della mia vita, età in cui tutti hanno fatto sicuramente delle bellissime esperienze, a casa. Ero da solo, nella maggior parte dei casi, perché i miei genitori uscivano per lavorare e partecipavo alle lezioni a distanza. Le prime settimane sono state diverse e per questo sono piaciute a tutti. Mi alzavo più tardi di quanto fossi abituato da anni, cominciavo le lezioni che erano molto più brevi e meno pesanti da seguire dietro uno schermo. Pause frequenti che davano la possibilità di prendere un po’ di aria staccando dal computer, che passavo rilassandomi per poi prepararmi alla lezione successiva. Pensavo di essermi imbattuto in una vita diversa, per certi tratti migliore. Dopo le prime settimane, quell’entusiasmo è totalmente scomparso. Ecco perché quegli sforzi disperati e monotoni per ritrovare la felicità, citati da Camus, mi hanno fatto ripensare a quando mi rendevo conto che le giornate erano uguali, il tempo volava e ripetevo sempre le stesse cose. I mesi passavano come se nulla fosse, la scuola richiedeva meno tempo ma stavo perdendo i rapporti con tutti. Eravamo sempre le stesse persone del periodo prima della quarantena, ma diversi: più nervosi, scontrosi, si litigava per la minima cosa.
Ricordo un giorno in cui sono stato costretto ad uscire di casa per fare una visita in ospedale. Mi sentivo come nel film interpretato da Will Smith intitolato “Io sono leggenda”, mentre lui passeggia nelle strade deserte di una città distrutta da una pandemia. Questi luoghi non erano più quelli di prima: erano stati conquistati dalla natura. Le case e le vie erano ricoperte di erbacce.
Uscendo da casa mia per la prima volta, a distanza di mesi, ho dovuto percorrere una via secondaria, che era ridotta proprio in quel modo. L’erba usciva dalle crepe dell’asfalto, il manto stradale era difficile da percorrere per fare in modo che la macchina non si scontrasse con i rami della vegetazione cresciuta ai lati della carreggiata. Ad un certo punto ci ha attraversato davanti una volpe, un animale che non avevo mai visto prima d’ora dal vivo. A quel punto mi sono chiesto se prima della pandemia un animale del genere avesse mai attraversato con quella tranquillità una strada trafficata. E ho visto davanti ai miei occhi quanto siamo piccoli in confronto al mondo e al resto dell’universo. La vita per molti stava terminando a causa di un virus, eravamo tutti disperati ma il mondo e la natura andavano avanti lo stesso. Gli animali e la vegetazione hanno coperto alcune strade e si stavano “riprendendo” quello che un tempo era loro.
Passeggiando per l’ospedale, ho visto i medici non più con il camice, ma con delle tute che mi ricordavano un gioco che mi terrorizzava da bambino, proprio perché i cattivi le indossavano. Ripensandoci mi viene da sorridere, perché adesso loro sono i buoni e sono le persone che chi hanno salvato la vita e il futuro.
Ad un certo punto ho “fatto pace” con la quarantena: l’ho accettata e ho permesso che i giorni passassero tra scuola e serie tv, senza lamentarmi più di niente: avevo instaurato nuove abitudini, totalmente diverse da quelle di prima.

Il sentimento condiviso tra tutti noi, però, era di rabbia e tutti volevano uscire, come se volessero, di forza, cambiare la situazione. Nella lettura ho trovato un altro passo che mi ha fatto pensare a queste persone:

“E alcuni di loro, fra cui Rambert, come si è visto riuscivano persino a credere di agire ancora da uomini liberi, di essere ancora in grado di scegliere. […] Così non c’erano più destini individuali, ma una storia comune costituita dalla peste e sentimenti condivisi da tutti” Pag 193

Questa frase può assumere molti significati, in base a chi la legge. La prima cosa che mi è venuta in mente è il vaccino, in quanto ognuno può decidere se farlo o meno. Tuttavia, è da poco diventato obbligatorio il Green Pass, che porta a molte restrizioni per coloro che non si sono ancora vaccinati. La loro libertà è stata “ridotta” dal loro punto di vista e dunque questa frase, dove Camus afferma che alcune persone credevano di agire ancora come uomini liberi, è tra le più attuali del libro. C’è una lotta aperta con manifestazioni quasi ogni giorno di persone che credono di essere dei sudditi che devono sottomettersi alle decisioni del governo, fin dall’inizio della quarantena arrivando ad oggi, con i vaccini.
Non si parla più del destino individuale, ovvero di colui che, nella fattispecie, si rifiuta di fare il vaccino. Si parla del destino di tutti. Forse è proprio questa la coincidenza più simbolica dei giorni di oggi con il testo di Camus: il narratore è la voce del popolo, che per uscire dall’epidemia deve essere unito, e non di una persona specifica.
La scienza ha dimostrato che il vaccino ha una percentuale di successo altissima e i dati sono confortanti. Sono diminuite le morti ed i contagi. La speranza è di tornare definitivamente alla situazione di sempre, alla vera vita, di cui probabilmente abbiamo dimenticato molti aspetti e forse torneremo a viverla con punti di vista e comportamenti diversi. La cosa certa è che tutto quello che abbiamo passato ci ha colpito profondamente.

Oddi Samuele

5H

Liceo Falcone e Borsellino Zagarolo

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