La Peste, Un libro tante scuole

Una lunga notte senza stelle


Giancarlo Gregorio Mazzù


La vicenda è ambientata ad Orano, in Algeria, negli anni quaranta del XX secolo: la città è colpita da un’epidemia di peste che sconvolge la vita della comunità. Spiccano fra i membri della sfortunata città uomini dall’animo forte, magnanimi, audaci che non si piegano facilmente al flagello. Sono questi i personaggi principali di un romanzo di vecchia data che continua ad essere, adesso più che mai, attuale perché descrive una realtà in cui il presente può riconoscersi. Le strade e le piazze della città si riempiono di topi morti. Successivamente saranno gli uomini a perire nei letti delle loro abitazioni o in ospedali, mentre chi resta vive l’angoscia di una vita diversa, spaventosa, lontana dalla normalità. La gente di Orano si lascia schiacciare lentamente dall’epidemia che miete vite con precisione matematica, inesorabilmente, alternando momenti di tregua e recrudescenze improvvise. Il protagonista è Bernard Rieux, medico di Orano, uomo sveglio e intuitivo, che nel raccontare l’infelice avvenimento si ripromette di restare obbiettivo. Egli è affiancato da Jean Tarrou, che si batte contro l’epidemia e annota gli eventi nei suoi taccuini. I due saranno aiutati nel corso della vicenda da altri personaggi: Joseph Grand, segretario comunale; Rambert, giornalista parigino; padre Paneloux. Tutti con i loro atteggiamenti e le loro parole sono spunto di importanti riflessioni, perché ci fanno vedere la vicenda da punti di vista differenti.

Il romanzo di Camus non è semplicemente un racconto, frutto della fantasia dell’autore, ma una narrazione allegorica, un espediente che lo scrittore usa per proporre riflessioni filosofiche, sulla natura umana. L’intento non è raccontare la ferocia con la quale un’epidemia attacca l’uomo, ma i comportamenti assunti da una comunità che affronta un flagello. Il suo è un romanzo che può dunque essere definito etico.

Le esistenze sono sconvolte, trasformate e la comunità si conforma al cambiamento: è sul punto di dimenticare le abitudini passate quando il flagello perde la sua forza e smette di importunare la piccola città dell’Algeria. La fine dell’epidemia scatena emozioni represse. Tuttavia Rieux è reduce da un lungo periodo in cui ha assistito a momenti forti, strazianti e si trova, alla fine, a dover fare i conti con la perdita di persone care. Per questa ragione Rieux paragona la peste ad una guerra. Albert Camus introduce in questa ultima parte del racconto la riflessione più profonda: << vincere una guerra non è bello se si è persi una sola delle battaglie che la compongono>>. Perdere un caro, assistere alla lenta morte di un uomo affetto dalla peste, fa sì che, il superstite provi una gioia effimera, alla quale segue una sofferenza eterna, priva di guarigione. Camus scrive che non c’è armistizio per la madre privata dal figlio o per l’uomo che seppellisce l’amico: chi vede gli occhi di un caro spegnersi non godrà della fine del flagello, perché il periodo successivo di pace non sarà altro che l’inizio di una sofferenza continua. La tranquillità , la pace dei sensi non esiste per chi nella mente ha l’immagine cruenta dell’uomo amato che muore. Il flagello sceglie la sua vittima e ne consuma la carne in pochi giorni, fino a portarsi via la sua vita. Chi invece assiste a questi episodi infelici è forse più sfortunato: a differenza del corpo, l’anima viene trafitta, ma non muore, porta con sé i segni degli eventi passati. Così uno sfortunato uomo le cui sventure hanno lasciato intatto il corpo, ma ferito in profondità l’anima, vaga in questo mondo in cui i flagelli sono più frequenti di quanto possiamo immaginare. Il corpo invecchia e perisce, l’anima mantiene perenne la sua giovinezza segnata da tante brutte avventure, tanto da diventare insofferente nel tempo. È questo il caso del medico della peste Rieux: gli episodi di cui era stato protagonista o di cui aveva preso parte come osservatore, lo hanno segnato a tal punto da lasciarlo indifferente alla notizia della morte di una persona a lui cara.

Leggere il romanzo “La Peste” non è piacevole: la descrizione minuziosa dei sintomi, i paesaggi spogli, il susseguirsi delle morti ci riportano alla realtà dalla quale noi oggi vorremmo sfuggire. In un altro periodo storico potrebbe sembrare una realtà lontana, improbabile, quasi affascinante, ma adesso è solo malinconica, triste estremamente simile alla nostra. Se questo romanzo fosse una canzone sarebbe “Inverno” di Fabrizio De André. Sarebbe il racconto di una lunga notte, nella quale anche le stelle hanno dimenticato di affacciarsi. Una notte che sembra rallentare il sorgere del sole, una notte così lunga che cancella il ricordo del calore del mattino. La notte però, quasi contro ogni pronostico, lascia il posto alla stella a noi più vicina, ma torna ogni volta a perseguitarci di nuovo.

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