Un libro tante scuole

La mia infanzia non è stata un “paese” felice


Antonio Leto 1C Liceo Scientifico


Arturo si abbandona al dolce ricordo della sua infanzia definendola “paese felice”. Da bambino, passava gran parte delle sue giornate a vagabondare, leggere e navigare, l’unica luce, anzi “l’assoluto regnante” della sua vita, era il padre Wilhelm. Crescendo da solo, senza avere rapporti con altre persone, tende ad idolatrare il padre, il quale era per lui una specie di divinità, descritto come un uomo magnifico appartenente quasi “ad una stirpe non terrestre”. In realtà, l’infanzia di Arturo è stata segnata da una grande mancanza, quella della madre, che non ha mai conosciuto, perché è morta nel darlo alla luce.

Anche io sono orfano della mamma, solo che a differenza di Arturo io avevo 10 anni quando è morta. Ero abbastanza grande per essere segnato dal lutto. Mi ritengo ancora nell’infanzia, anche se forse a quindici anni è ora di staccarmi dalla convinzione che per me sia stato tutto normale. Arturo dice nella sua testa una frase che mi ha molto colpito: “si direbbe proprio che chi ha una fortuna, non sa che farsene; mentre chi la gradirebbe, non ce l’ha”, si riferisce all’odio, motivato o immotivato non importa, che Wilhelm provava per sua madre. Questa lettura mi ha dato modo di riflettere su quanto sia difficile non dare per scontato quello che per noi è sempre stato normale. Scrivo per provare a dare supporto a tutti coloro che hanno subito un lutto nella loro infanzia, evidenziando quello che per me è stato il più grande dono del nostro dolore: l’empatia verso chi soffre.

Conosco una ragazza, lei è orfana del padre, quando è venuto a mancare ancora non la conoscevo, ma ricordo come mi sono sentito quando l’ho scoperto: un’altra persona che come me ha sofferto! Stavo male, veramente male ma in quel momento ho capito per la prima volta l’entità del mio dono. Un giorno ho visto delle lacrime scendere dal suo viso e ho cominciato anch’io a stare visibilmente male, le avevo scritto un bigliettino per dirle che sapevo cosa provava ma non gliel’ho consegnato. Ho continuato a pensare a quello che era successo e alla fine, spinto da quella che per me era la cosa giusta da fare, le ho mandato un messaggio. Ci ha messo un bel po’ a rispondere, credevo di aver fatto una stupidaggine,  ma alla fine mi ha risposto che non sapeva di mia mamma e mi ha detto cose che mi hanno fatto veramente riflettere e per questo le sono veramente grato. Mi ha detto di non farmi problemi a parlare con lei, ma io non ci riesco e da quel giorno non siamo più tornati sull’argomento.

Mia mamma Nancy è volata in cielo il 23 agosto di ormai quasi 5 anni fa, pochi giorni prima del suo compleanno, il 26, quando si è tenuto il funerale. Le avevo preso un regalo, un peluche, l’ha aperto la sera del 22, prima di addormentarsi per sempre. Non sapevo della sua malattia, sapevo della chemio ma con me i miei genitori non avevano mai usato questo termine. Sapevano tutti dell’avvicinarsi della sua morte tranne me…e uno dei miei più grandi rimpianti è stato farmi vedere da lei, per l’ultima volta, triste e arrabbiato. Dal giorno della sua morte la mia infanzia è passata da essere un “paese felice” a un “paese” dove era scoppiata una guerra civile. Mio papà mi disse: “sii forte” e mi sono tenuto tutto dentro, negandomi il diritto di essere triste, rischiando di dimenticare per sempre la mia mamma. Ogni tanto mi vengono delle crisi, non vorrei esistere, mi sono abituato alla malsana idea che devo sopravvivere al dolore per essere prima o poi felice. Sono consapevole che nel mondo ci sono molte persone che stanno in condizioni peggiori della mia, ho avuto la fortuna di essere circondato da persone fantastiche, con cui bastano poche parole per aver già detto tutto e che ci sono sempre, a loro voglio dire grazie per tutto quello che hanno fatto per me.

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