Nella prima giornata del Festival di Internazionale a Ferrara, lo storico Giuliano Milani ha introdotto l’incontro con Omer Bartov, storico e scrittore israeliano, e Micol Meghnagi, sociologa, che hanno ripercorso l’evoluzione storica dal sionismo fino all’attuale genocidio in Palestina.
In un solo anno la situazione nella striscia di Gaza è radicalmente peggiorata: durante la scorsa edizione del festival si erano trattati i medesimi argomenti, ma con un velo di speranza, legato all’approvazione da parte di Hamas di condizioni per la liberazione degli ostaggi e il rilascio dei prigionieri. Quest’anno, però, quella speranza sembra essersi del tutto spenta. L’UNRWA (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi) ha infatti dichiarato che la crisi attualmente in atto a Gaza è la più grave della sua storia, segnata da oltre 73.000 vittime e da una devastante tragedia umanitaria e sociale.
Nel corso del suo intervento, Bartov ha spiegato l’importanza di definire questo conflitto un vero e proprio genocidio: una scelta terminologica fondamentale poiché richiama i Paesi firmatari della Convenzione del 1948 alle proprie responsabilità giuridiche e morali, denunciando al contempo il processo di totale disumanizzazione della vita a Gaza.
Una riflessione che ci ha particolarmente colpito è stata quella di Giuliano Milani: «Israele vuole essere ebraico, grande e democratico». Lo storico ha tuttavia precisato che queste tre condizioni non potranno mai coesistere simultaneamente, ed è proprio questa profonda contraddizione a far sì che il conflitto continui a protrarsi con conseguenze disastrose per la popolazione.
A questo punto, sorge spontanea una domanda con cui vogliamo concludere: come può uno Stato definirsi storicamente vittima di un genocidio quando se ne rende a sua volta responsabile?