Un cocktail i cui ingredienti sono la Bibbia, Stalin, il Socialismo e il cianuro. Questa è la definizione data da Frank Westerman sul più grande suicidio collettivo della storia. Oggi, nell’intervista con Leonardo Bianchi, lo scrittore olandese ci ha presentato il suo libro “Un bicchiere di veleno” e raccontato questo macabro evento.
Novembre, 1978. 913 persone, dopo una predica di 44 minuti in una foresta guyana, bevono un bicchiere di veleno e muoiono. Scelgono volontariamente di farlo, convinti dal loro “profeta” Jim Jones, che li convince a compiere quello che viene definito un suicidio rivoluzionario.
Jim Jones nasce nel 1931. Suo padre era un membro del Ku Klux Klan e predicatore della chiesa evangelica; Jones cresce quindi innamorandosi delle prediche che ascoltava e della potenza che esse avevano sulle persone.
In California dà dunque vita alla propria chiesa, che viene definita da Westerman “arcobaleno” in quanto molto aperta ad ogni razza in un periodo in cui il razzismo era ancora profondamente radicato. Ma questo non è l’unico tratto particolare di Jones: ha un aspetto molto curato, che sfrutta per affascinare molte donne; inoltre, come ci racconta lo scrittore con un sorriso, possedeva uno scimpanzé. Anche la chiesa è fuori dal comune: iniziano a diffondersi filmati dove persone malate guariscono per miracolo e a spargersi dicerie su riti in cui Jim Jones testa la fedeltà dei suoi seguaci. La chiesa diventa estremamente famosa, viene seguita da attivisti come Angela Davis e arriva ad avere oltre 10.000 fedeli. Si distingue principalmente per l’influenza che il predicatore ha sulle persone, che sono totalmente ammaliate da lui. Jim Jones acquista terreni equivalenti a 200 campi da calcio in Guyana e nel 1977 ottiene il premio “Martin Luther King Jr.” per i diritti civili.
Frank Westerman racconta di essere andato, nello scorso anno, nella foresta della Guyana acquistata da Jim Jones. Nel viaggio ha ascoltato delle registrazioni delle prediche di Jones che considera molto inquietanti. Egli alternava toni empatici con altri duri e scurrili. Iniziava a diventare paranoico, parlava di razzismo come dell’ “olocausto dei neri in America”, usando come esempi Gesù, Stalin e Lenin. Paragonava la sua chiesa ad una società dove ognuno esegue il suo compito.
Poi, il 18 novembre 1978, convoca un enorme gruppo di fedeli, famiglie intere di persone esaltate. Jones chiede di fare un suicidio rivoluzionario. I bambini piangono, Jones li rimprovera chiedendo che gli venga portato rispetto. Chi ha dubbi viene ucciso, pochi riescono a scappare. Tutti gli altri bevono un bicchiere con succo d’uva e cianuro e muoiono. Non si può neanche parlare di omicidio, secondo Westerman: le persone sono state convinte dalle sue parole, ma hanno compiuto volontariamente l’atto estremo.
Questa storia, pur essendo accaduta quasi cinquant’anni fa, ci dà ancora grandi insegnamenti: di fare attenzione a chi fa discorsi senza un fondo di verità ma costruendoci sopra delle storie inventate; di non cadere nel fervore apocalittico che spesso infervora la folla e porta a scelte sconsiderate; soprattutto, di non “drink the Kool-Aid”, detto nato dopo questo evento che avverte di non seguire una massa senza pensare.