3 ottobre 2026, Cronache, Internazionale Ferrara 2026

C’è ancora speranza


Giulia Paltrinieri, Irene Messina

Liceo Classico Ariosto, Liceo Classico Alfieri - Ferrara, Torino

“Alaa Abd El Fattah è la prima volta, che parla in pubblico, dopo essere stato scarcerato”, così apre l’incontro Paola Caridi, giornalista e intervistatrice, piena di commozione.

Quella di Alaa Abd El Fattah è la storia di una resistenza. 

Il celebre attivista e blogger egiziano-britannico ha trascorso circa un quarto della sua vita dietro le sbarre, diventando il simbolo globale dei giovani della Rivoluzione di piazza Tahrir, che tra il 25 gennaio e l’11 febbraio 2011 hanno animato proteste di massa al Cairo e ha provocato la caduta del regime di Mubarak, allora presidente dell’Egitto.                                                                            

Anche nella cella del carcere di Wadi al-Natroun, El Fattah ha continuato a resistere nell’unico modo che il regime non poteva controllare: scrivendo. Le sue riflessioni, lettere e appunti sono stati protetti, raccolti e portati fuori dalle mura del carcere, e sono diventati dei veri e propri diari di resistenza. Ora queste memorie sono raccolte nel libro Non siete stati ancora sconfitti, che dà voce non solo al dramma dei prigionieri politici, ma anche a un’analisi sul futuro della libertà d’espressione.                                             

Dopo anni di mobilitazioni internazionali, scioperi della fame e una grazia presidenziale ottenuta nel settembre 2025, El Fattah è finalmente tornato a parlare davanti al suo pubblico. Ed è proprio per questo, che Paola Caridi dichiara “Definisco Alaa Abd El Fattah il leader volontario della rivoluzione egiziana”.                                                                                                                    

Durante il suo intervento, El Fattah ha toccato con profondità la questione di Gaza, definendola come il chiaro esempio del potere distruttivo delle élite che governano il pianeta. Quello che si consuma sotto gli occhi di tutti viene ridotto a uno “spettacolo” a cui non ci si può opporre e di cui i media mostrano solo armi e distruzione. Di questa questione, tuttavia, è vietato parlare liberamente o definirlo per ciò che è: un genocidio.                                                                    

L’attivistà ha introdotto il concetto di urbanicidio, inteso come la deliberata distruzione ed eliminazione fisica di una città. Ma la città non è fatta solo di cemento, la città è una insieme di persone. L’obiettivo profondo delle élite è proprio distruggere lo stato sociale di Gaza in quanto spazio urbanizzato, portando avanti una sistematica narrazione volta a demonizzare i palestinesi, riducendoli collettivamente a terroristi.  «Noi oggi viviamo dentro il genocidio», afferma l’attivista, spiegando come il fenomeno sia ormai globale e stia ingoiando il mondo. La gente comune, infatti, svolge lavori ordinari ogni giorno senza rendersi conto degli effetti reali e di cosa stia indirettamente finanziando, mentre interi habitat vengono cancellati. Chiunque pensi che esista una vita normale e separata al di fuori di questa si sbaglia.                                                                                                                                           

L’incontro è continuato  con un momento di fortissima emozione dedicato a Giulio Regeni.                          Da quel 25 gennaio 2016 (giorno del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir) in cui il ricercatore italiano fu rapito al Cairo prima che il suo corpo, martoriato da brutali torture “da manuale” dei servizi egiziani, venisse ritrovato il 3 febbraio, la capitale egiziana non è mai stata così vicina a noi. «Giulio è il nostro martire», ha detto El Fattah con le lacrime agli occhi.                                                      L’attivista ha poi voluto commentare il processo che si è tenuto a Roma, la cui sentenza di primo grado è stata emessa il 28 settembre 2026. Dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani imputati, tre sono stati condannati a 10 anni per il sequestro, mentre il quarto è stato assolto. Ciò ha veramente scosso nel profondo El Fattah, che a proposito dell’agente assolto ha commentato: «Strano, perché lui era il mio torturatore». El Fattah ha infatti confessato di aver perso l’ultimo briciolo di fiducia rimasto nel sistema giudiziario.

Per concludere l’incontro l’ospite ha lasciato un messaggio di resistenza e di speranza. “We will have a world without occupations, we will have a world without genocide, we will have a world where we are all free. It has to happen, and it will happen. There will be a future for us humans, and until then we will continue to resist”.      

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