3 ottobre 2026, Cronache, Internazionale Ferrara 2026

Anche gli oggetti parlano di femminismo


Battaglia Matilde

Liceo Ariosto - Ferrara

Può un oggetto essere definito propriamente femminista? Il forte significato che porta questo termine si può accostare a qualcosa di uso quotidiano? Queste sono le domande sorte durante l’incontro, tenutosi a Casa Nicolini, con le giornaliste Chiara Alessi e Giulia Siviero, che si occupano di tematiche che riguardano la comunità femminile.

Spesso quando si parla di movimenti femministi si intendono manifestazioni e grandi discorsi o, più nello specifico, un invito a far sentire la propria voce. Troppo di rado il nostro sguardo si posa sugli oggetti che accompagnano e rendono possibile la protesta: cartelli, spille attaccate ai vestiti o cose più comuni, ma che in quel contesto vogliono trasmettere un messaggio ben preciso.

Basti pensare al 1913, in Gran Bretagna, a seguito delle rivolte delle suffragette: l’ombrello diventa simbolo del femminismo. Quest’ultimo viene modificato con slogan di emancipazione o usato per coprire la visuale alle autorità durante le proteste.

In questo periodo il clima di scontento generale e la cecità del governo di fronte alle discriminazioni portano le donne a scegliere un registro più impattante: diffondono tattiche di autodifesa e cercano di mettere in crisi il sistema quotidiano per suscitare una reazione.

Si ricorre ancora una volta quindi all’uso di materiali come simboli.

Ma perchè un oggetto sia definito femminista, è necessario un brevetto che lo definisca tale? Un elemento che rappresenta l’emancipazione femminile spesso risulta creato da donne, tuttavia non per questo significa che quest’ultimo sia nato unicamente per quello scopo. Molti prodotti che già esistevano sono stati trasformati per diventare accessibili anche a un’acquirente donna.

I movimenti femministi non si limitarono solo a trasformare oggetti, ma anche veri e propri spazi comuni, come ad esempio una clinica medica. In quel periodo l’aborto era considerato reato e per rimediare a gravidanze non desiderate si ricorreva a metodi fai-da-te, spesso svolti da mani inesperte e per questo pericolosi. In seguito a questo nasce il Del-em: un dispositivo tanto semplice quanto efficace, la cui particolarità era quella di poter essere adoperato anche autonomamente, senza dover sottoporsi ai disagi causati da uno studio medico.

Tuttavia quasi nessuna donna che ne usufruiva era informata sulla pratica. Questo portava ad agire per tentativi e intuizione, così le attiviste si adoperarono per creare qualcos’altro: degli ambienti in cui le donne si potessero sentire sicure ad esporsi e nei quali potessero essere informate sulla propria educazione sessuo-affettiva, che in quel periodo risultava come un grandissimo tabù.

In conclusione, questi oggetti rappresentano il filo conduttore che accompagna l’evoluzione da una società fortemente patriarcale a un’altra più inclusiva e femminista.

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