Adotta uno scrittore, Adotta uno scrittore 2025, Laboratorio

Grazie Regina Margherita!


Camilla Mancini

Autrice adottata dalla scuola ospedaliera Regina Margherita - Torino

Storie di vita. Storie vere. Storie di cuore.

Ho toccato con mano il loro dolore e condiviso il mio. È stato un incontro crudo, sincero, senza filtri. Loro con la loro sofferenza, io con la mia. Eppure, in quella condivisione, c’era qualcosa di profondamente umano, di salvifico. Perché il dolore, se condiviso, pesa un po’ meno. E l’ascolto reciproco è un dono immenso.

Non è stato facile. Entrare in quella realtà è stato come andare in apnea, un salto nel buio. Mi sono sentita travolta, spiazzata, sopraffatta dalla paura di non essere in grado di reggere tutto questo. Ma poi, quando sono entrata in reparto, mi sono detta: “sì, è più grande di me, ma posso farcela.”

Il primo incontro con i ragazzi è stato faticoso. Il silenzio, la didenza, il loro bisogno di capire chi fossi prima di decidere se ascoltarmi. Loro il silenzio lo sanno abitare, non ne hanno paura. Io, invece, no. Io nei silenzi mi sento a disagio, soprattutto quando ho davanti persone che non conosco. Ma proprio in quel disagio ho capito che ero nel posto giusto, con le persone giuste.

Ogni ragazzo mi ha lasciato qualcosa di prezioso. Adam, che ha trovato la forza di aprirsi e capire che, davanti alla cattiveria, la vera forza sta nel non restituirla. Roberta, che sogna di diventare scrittrice e mi ha chiesto consigli, e io glielo auguro con tutto il cuore. Kakari, che mi ha accolto con un sorriso a 32 denti e un entusiasmo contagioso. Esperanza, Sofia, Vittoria, Alessio, i meravigliosi ragazzi del DH, con cui il secondo giorno è stato più semplice, più familiare. Francesca, che mi ha regalato un disegno bellissimo che celebra la bellezza delle imperfezioni.

E poi è arrivato il terzo giorno. Quello in cui ho capito che martedì avevo iniziato a seminare, senza rendermene conto. E giovedì quei semi hanno iniziato a germogliare: i ragazzi erano più attivi, più curiosi, più interessati, più calorosi. Abbiamo parlato, discusso, condiviso. E la richiesta più bella è arrivata proprio da loro: le ragazze del DH mi hanno chiesto di passare a salutarle prima di partire. Per me, quella è stata l’ennesima vittoria.
Ma la loro vera lezione per me è stata un’altra. Mi hanno insegnato, senza saperlo, a godermi il momento. Io faccio sempre fatica a stare nel qui e ora. Penso a quello che sarà, a quello che verrà, e finisco per godermi solo a metà ciò che sto vivendo.
Con loro è stato diverso. In quei tre incontri, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sono goduta ogni istante. Un’ora e mezza a incontro che è volata, e sarei rimasta lì altre dieci ore a parlare con loro. Le loro testimonianze, per chi ha avuto la voglia e il coraggio di condividerle, mi hanno fatto capire quanto siano preziosi i piccoli momenti di quotidianità, quelli che spesso diamo per scontati. Ridere con gli amici, scherzare, avere la libertà di fare ciò che ci va. Sono queste le cose che contano davvero. Perché quando la vita, per un motivo o per un altro, ti toglie quei momenti, è lì che realizzi quanto fossero importanti.

Mi hanno insegnato che non bisogna mai forzarsi, ma restare sempre fedeli a se stessi, con le proprie fragilità e le proprie modalità. E che sorridere, in fondo, è l’arma più bella che possiamo avere. Mi hanno fatto sentire parte di qualcosa. Qualcosa di grande e profondamente umano, ma di una semplicità disarmante. Un legame che nasce in modo spontaneo, che va oltre le parole, fatto di sguardi, ascolto e accettazione.


Sono meravigliosamente forti, devono solo prenderne consapevolezza. E quando lo faranno, nulla potrà fermarli.
Sono tornata a Roma con il cuore colmo, dopo una dose d’affetto infinita.
E con una gratitudine sconfinata per questi piccoli, grandi uomini e donne.
Ho ripreso la mia routine, ma una parte di me si sente un po’ più vuota rispetto a prima, come se mancasse un pezzo. E quel pezzo l’ho lasciato a Torino, nel reparto di neuropsichiatria infantile, con ogni ragazzo che ho incontrato. Mi mancano, e oggi mi sono sentita triste al pensiero di non poterli rivedere, di non poter rivivere quelle emozioni così essenziali che loro, con la loro forza e la loro umanità, mi hanno saputo donare.

È un vuoto che porta con sé una grande bellezza, perché mi hanno insegnato a guardare con occhi diversi anche la semplicità delle cose.

Camilla Mancini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *