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3 ottobre 2026, Cronache, Internazionale Ferrara 2026

Oltre la burocrazia del silenzio: Il potere politico della guastafeste femminista


Maroua Neffati e Giorgia Ignoto

Liceo Ariosto e Liceo Alfieri - Ferrara e Torino

Cosa succede quando decidiamo di opporci a un’ingiustizia sul posto di lavoro o nelle aule scolastiche?

La risposta è al centro di: “Non diciamo NO da sole. Arte e attivismo di denuncia”, il saggio della celebre pensatrice australiana Sara Ahmed, su cui ha bastato la sua presentazione fatta il 3 ottobre al cinema Apollo. È un libro potente che trasforma la dinamica della segnalazione da un faticoso percorso individuale a un formidabile strumento di resistenza collettiva e di vero cambiamento politico.

Il punto di partenza dell’autrice è radicale nella sua semplicità: analizza il ricorrente fenomeno della lamentela.

Attraverso decine di testimonianze raccolte direttamente nel mondo accademico, Ahmed dimostra come le istituzioni tendono principalmente a proteggere se stesse, la propria reputazione e i propri equilibri di potere anziché tutelare chi subisce abusi, molestie o discriminazioni.

Chi denuncia viene quasi sempre isolato, etichettato come soggetto “problematico” o apertamente accusato di voler intralciare l’armonia interna dell’ambiente.

La violenza originaria viene in questo modo sommersa da una seconda violenza, quella di tipo burocratico, fatta di muri di gomma, di silenzi, ritardi strategici e procedure nate per sorreggere il dissenso.

In questo contesto, la figura della “guastafeste femminista” (feminist killjoy), è il concetto principale dell’intero impianto teorico di Ahmed, che assume una luce totalmente nuova. Non si tratta affatto di una figura distruttiva, bensì di colei che svela una violenza strutturale già esistente, ma quotidianamente rimossa dal silenzio complice.

Il “NO” smette così di essere un semplice rifiuto e si trasforma in un atto particolarmente creativo, una lente di ingrandimento che fa emergere ciò che l’istituzione tende a nascondere.

La tesi più importante del libro risiede però proprio nel titolo: “Non si dice no da sole”. Ahmed insiste sulla assoluta necessità di costruire reti di solidarietà e infrastrutture politiche capaci di sostenere chi parla.

La denuncia diventa uno strumento per la cura reciproca, un modo per lasciare tracce evidenti e permettere a chi verrà di trovare un terreno istituzionale meno ostile.

Un saggio fondamentale per comprendere che la giustizia non si ottiene aspettando un aiuto dall’alto, ma prendendo la parola con coraggio per cambiare la società insieme.

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