Una maggiore repressione porta una maggiore sicurezza? Possono le forze dell’ordine diventare dei fuorilegge?
Proprio questo è il titolo dell’incontro, svolto sabato 3 ottobre nel cortile del castello estense, dove si sono trovati a dialogare il giornalista Luigi Mastrodonato, autore del libro L’ordine. Sorvegliare, punire, odiare (SEM, 2026), Carlotta Donatelli, in rappresentanza dell’associazione contro gli abusi in divisa ACAD, e Valeria Verdolini, docente all’università di Milano, presidente di Antigone Lombardia.
A moderare era presente il giornalista Lorenzo Guadagnucci, uno dei fondatori del comitato di verità e giustizia per Genova, che nacque all’indomani del G8 di Genova del 2001, essendo una delle 93 persone che si trovarono all’interno della scuola Diaz, vittima di tortura secondo quello che ha stabilito la Corte Europea per i diritti umani.
Ha preso per primo la parola Mastrodonato, raccontando la storia di Igor Squeo narrata nel suo libro, e dei suoi parallelismi con il caso Aldrovandi. Igor era un ragazzo di 32 anni, abitava a Milano e la notte della sua morte si trovava nel suo appartamento. Ebbe una lite con il suo coinquilino, che chiamò le forze dell’ordine, che si trovarono davanti a un ragazzo in uno stato psicofisico alterato. Aveva infatti assunto cocaina. Igor Squeo però morirà dopo tre arresti cardio circolatori ma i diversi segni presenti sul cadavere smontano l’ipotesi di overdose. Testimonianze delle infermiere confermano che per più di venti minuti sette o otto agenti gli sono rimasti sopra, bloccandolo a pancia in giù. Il ragazzo, secondo il giornalista, subì un fenomeno che vediamo spesso in questi casi, la criminalizzazione della vittima, che farebbe parte di una serie di pattern che sono ricorrenti in casi come questo.
“Il senso del libro” conclude Mastrodonato “è raccontare questa storia, raccontare cosa significa per una madre, per un familiare dover vivere questo lutto e doversi caricare sulle spalle il peso di una battaglia contro lo Stato di fatto, una battaglia che è economica intanto perché il costo di portare avanti una battaglia richiede delle spese legali.”
Segue la linea della morte per asfissia l’attivista Carlotta Donatelli, ricordando tre ragazzi: Riccardo Rasman, Vincenzo Sapia e Andrea Soldi. Hanno storie molto diverse tra loro, ad esempio Rasman è diventato schizofrenico dopo il servizio militare, ed è uno dei pochi casi in cui tre su quattro poliziotti sono stati condannati, anche se solo a sei mesi, a confronto con l’archiviazione del caso Sapia. Tutti e tre sono stati soffocati, che sia per strangolamento o per la manovra Floyd.
Secondo la Verdolini tutti questi casi sono frutto di un problema strutturale del nostro paese che riguarda una certa attitudine delle forze di polizia nel raccontare questi episodi in modo poco preciso o , peggio, omettendo o falsificando dichiarazioni , e nell’affrontare poi anche tutte le verifiche che necessariamente devono essere fatte successivamente. Spesso infatti a condurre le indagini su casi che hanno comportato abusi da parte degli agenti sono gli agenti stessi.
La professoressa ha continuato spiegando come l’addestramento delle forze dell’ordine si sia ridotto fino a sei mesi, non permettendo un’adeguata formazione, anche su come gestire, senza abusare della forza, casi con persone in stati alterati.
In conclusione, si può delineare una sorta di identikit delle vittime: maschi, stranieri, giovani, tossicodipendenti.