Dire “io non odio nessuno” è diventato il nuovo modo elegante per sentirsi una persona buona. Un po’ come dire “utilizzo poco il cellulare” mentre si ha perennemente lo sguardo sullo schermo. Eppure, al Salone del libro, Concita De Gregorio, attorno a Michela Murgia e il suo Lezioni sull’odio ha fatto emergere una verità meno rassicurante: non basta dire “io non odio nessuno” per essere una brava persona e non basta nemmeno condannare l’odio.
E, anzi, forse è proprio da questo presupposto ormai comune che iniziano i problemi.
Nel dibattito, le voci di Marcello Fois e Roberto Saviano, hanno puntato i loro riflettori su una delle posture più di moda al giorno d’oggi: la neutralità. A volte si può pensare che dietro questo atteggiamento ci sia rispetto, equilibrio e intelligenza, ma il più delle volte è solamente un metodo per non prendere posizione. Fois lo ha detto senza giri di parole, con una maglietta con la scritta “Let Gaza live”, perché a volte anche gli oggetti possono fare rumore e non solo quando cadono.
Dentro questo quadro trova spazio un’altra riflessione di Murgia: l’odio non è sempre il male assoluto. Infatti, se l’ odio è riconosciuto, diventa una forma di verità, quella verità che spesso non viene trovata in un clima neutrale. L’odio ti mette in guardia. L’amore invece ti abbassa le difese. Non è un caso, aggiunge Saviano, che il potere utilizzi sempre un linguaggio d’amore: è infatti molto più semplice convincere le persone che tutto avvenga per loro e per il loro bene, piuttosto che dichiarare un conflitto. Un nemico ben riconoscibile si può facilmente allontanare; mentre un abbraccio che ti trattiene è ben più difficile da respingere. Il messaggio di Murgia non è un invito ad odiare, bensì ad essere sinceri, a non nascondersi, a riconoscere ciò che si prova, anche quando non sembra corretto, anche quando è scomodo. In questo senso si inserisce l’intervento di Chiara Tagliaferri, che riconosce un “diritto all’odio” e spiega che l’odio è una grande forma relazionale e che celi un coinvolgimento, spesso molto profondo.
E proprio qui emerge una delle provocazioni più interessanti: l’odio non ha bisogno di insulti. Si può odiare in modo lucido, a volte persino argomentato. Un’idea che nella quotidianità può sembrare anche rivoluzionaria: essere fortemente in disaccordo, senza sfociare nell’aggressione.
In mezzo a queste riflessioni dense, non è mancato però il modo di alleggerire il discorso, come nel caso del “frastimo”: quell’espressione particolarmente familiare in cui, in seguito ad una lamentela, si risponde con un insulto, in realtà è solo un’espressione per ridimensionare e dire “potrebbe sempre andare peggio”. E a quanto pare, praticata con una non insolita serenità dai bosani, descritti da Fois come i più zen dell’isola sarda.
Tornando al cuore politico del discorso, Saviano esprime la sua visione senza peripezie: non tutto merita amore. Alcune cose meritano odio. Il problema non è amare il male, ma finire per amare, o accettare, i sistemi che rendono possibile l’odio. È lì, dove non c’è conflitto che si nasconde il pericolo, perché poi diventa abitudine.
L’eredità di Murgia, secondo Fois, sta proprio nella sua capacità di non semplificare. Sta nelle promesse che i due si sono fatti: non accettare derive autoritarie, non vivere mai in un paese che reprime le narrazioni, non smettere mai di prendere posizione, anche quando è scomodo.
Eppure, nonostante tutto, il messaggio finale non è pessimista né chiuso. Lascia spazio di cambiare, di scegliere e di reinventare. Forse non smetteremo mai di odiare e magari non è nemmeno quello l’obiettivo, ma una cosa è certa: possiamo diventare persone che non mentono più su ciò che odiano.
In un tempo che sembra ossessionato dal voler sembrare perfetti, potrebbe essere questa la forma più pura, e più rara, di verità.