Cos’è rimasto di quel ragazzo che portava il pallone a tavola per paura che qualcuno glielo rubasse? Oggi, al Salone del Libro, a ventidue anni dal ritiro, Roberto Baggio si racconta in un libro scritto con la figlia Valentina, un’opera che nasce come racconto fotografico, ma che si trasforma in una testimonianza profonda di Baggio come calciatore e come padre.
Il titolo “Luce nell’oscurità” (Rizzoli 2026) è un invito a farsi coraggio anche nei momenti di crisi: l’infortunio a Rimini mentre giocava nel Vicenza gli ha permesso di capire che gli ostacoli che ha affrontato nella vita sono ciò che lo hanno reso quello che tutti noi conosciamo come il “Divin codino”. Nella maturazione di questa consapevolezza, l’adesione al Buddhismo ha avuto un ruolo centrale perché gli ha dato l’energia vitale per andare oltre i limiti fisici di un corpo segnato dagli infortuni.
Nonostante la grande fama, Baggio però è sempre rimasto fedele ai suoi principi: in particolare l’umiltà, non considerata come una debolezza, ma come uno sprone a imparare e capire.
Baggio non ama le parole inutili: è timido, riservato, un amante del silenzio. Questa filosofia è stata scambiata da alcuni per arroganza, ma in realtà rappresenta la sua natura più profonda che preferisce i fatti alle parole.
Con l’aiuto della figlia Valentina, Baggio ci rivela la sua vita da un nuovo punto di vista: quello del genitore. Da quando ha appeso gli scarpini al chiodo, Baggio ha avuto molto più tempo da dedicare alle persone a lui care e alle sue passioni al di fuori del calcio che però continua a vivere dentro di lui. Gli si illuminano gli occhi quando gli chiedono se sogna ancora di fare goal. Gli capita prima di dormire, mentre pensa, mentre rimugina. Perché certi amori non finiscono mai.