Il primo giorno alla scuola Lalla Romano, a Demonte (che per l’appunto è il paese di Lalla Romano), ero emozionata e, se devo dire, pure un po’ timorosa. Tre giorni sono lunghi, mi dicevo, ora che gli dico? Avendo un figlio di quell’esatta età (seconda media) so che non sempre i ragazzi hanno voglia di parlare o di ascoltare o insomma, va’ a sapere come saranno girati. Il romanzo che dovevano leggere, poi, è forse ostico, un librone di 400 pagine su un periodo storico, la Resistenza, di cui magari a loro importa poco. Vediamo, mi dico, ed entro nell’aula. Simonetta, l’insegnante magnifica che mi accompagnerà in questo percorso, è sorridente. Dice che l’hanno letto, che gli è piaciuto, che vogliono sapere tante cose. Forse lo fa per mettermi a mio agio, e sorrido anche io. “Bene, chiedetemi tutto!”
Iniziano con le domande e a un certo punto iniziamo a parlare del flirt (perdonatemi, ragazzi: della crush) fra Sirio e Dante, i due protagonisti. Allora una ragazzina, G, alza la mano e dice: “Per me quella è una storia tossica.” “Tossica?” “Sì. Lui la manipola. Le dà della stupida, svilisce le sue idee.” “È vero. Erano altri tempi. Un maschio, anche un maschio intelligente e sostanzialmente buono come Dante, alle femmine si rivolgeva così.” “Eh, ho capito, ma a me non è piaciuto per niente.” “Comprensibile” dico. “Tu ci staresti, con uno così?” G scuote la testa. “Nemmeno morta.” “E voi?” chiedo agli altri. “Vi capita di fare cose che capite benissimo che sono sbagliate, ma non riuscite a evitarle?” “A lei capita?” rispondono. “Sì” ammetto.
È così che cambia tutto. Iniziamo a parlare non tanto e non solo del libro, ma di quello che ci fa paura o ci sembra ingiusto o folle o sbagliato. Io ho un figlio di quell’età, dicevo, e metto via (finalmente!) il ruolo di madre normativa per confidare apertamente anche i miei timori, le fragilità. L’idea chiara che i genitori sanno di non essere perfetti, ma spesso non possono darlo a vedere. E che però dobbiamo fidarci di quelli che amiamo, pure se appunto non sono perfetti. Che la perfezione non serve anzi è un’idea deleteria. Che il fallimento esiste, è sano, è ciò che ci rende umani. Che l’ansia è nostra nemica. Che non dobbiamo sottovalutare il dolore degli altri, mai. Che l’altruismo vince anche se a volte tutti sembrano dirci il contrario. Che scegliere è importante, a qualunque età, e che gli adulti devono mettersi da parte a volte, smetterla di scegliere per i loro figli. Eccetera. Per me è una grande seduta di psicoanalisi, oltre che un’occasione di incontro e ricchezza che raramente mi ricapiterà in una forma così pura, così spontanea. Loro hanno moltissima voglia di parlare, perché a volte un estraneo che entra in classe una mattina diventa più confidente di uno che conosci da sempre. Era così anche per me, da ragazzina, perché mi stupisco? Parlo molto anche io. Le ore volano. Tutti i temi che affrontiamo (i cellulari, gli amori tossici, le tragedie per i brutti voti) erano nel libro? Non lo so. So che i libri devono fare questo: parlare non di sé stessi ma di noi, e a noi. Farci andare oltre le pagine, che sembra una frase retorica e forse lo è, ma svela anche il senso più profondo della lettura.
Grazie, ragazzi e ragazze e grazie, Simonetta. Siete preziosi. Ci vediamo al Salone, e il prossimo anno a Firenze in gita a castello di Vincigliata. Dovete darmi ancora moltissime idee per il sequel!