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Le donne iraniane, nella vita come nello sport, devono rispettare regole molto rigide. Ad esempio, durante gli allenamenti e le competizioni sono obbligate a indossare il velo e un abbigliamento lungo che copre braccia e gambe. Inoltre, il contatto con gli uomini è vietato o fortemente limitato e spesso si allenano in spazi separati.
Nel marzo 2026 alcune atlete iraniane hanno messo in atto una protesta molto forte e rischiosa: durante l’inno nazionale sono rimaste in silenzio, rifiutandosi di cantarlo. Già nel dicembre 2025, invece, più di 2000 donne avevano partecipato a una sorta di «maratona senza velo», correndo con capelli scoperti e abiti normali. Questo gesto ha fatto infuriare il regime e le autorità presenti, che sono intervenute con arresti, colpendo soprattutto le organizzatrici dell’iniziativa.
A questo punto ci viene spontanea una domanda: perché sport e politica non possono essere separati? Per queste donne lo sport dovrebbe essere un momento di libertà e di sfogo, ma invece diventa un altro spazio in cui subire restrizioni e controllo.
Ci chiediamo anche come si siano sentite durante queste proteste. Forse, anche solo per qualche minuto, si sono sentite davvero libere. Ed è proprio questo che fa più riflettere: nel 2026 non dovrebbe essere necessario rischiare così tanto per poter provare una sensazione che per noi è normale.