L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella vita quotidiana degli adolescenti e sta modificando il modo in cui apprendono, comunicano e costruiscono la propria identità. Non si tratta soltanto di una nuova tecnologia da imparare a utilizzare: l’IA pone domande educative profonde sul rapporto tra persone e strumenti digitali, sulla capacità di pensare criticamente e sul ruolo della scuola.
Di questi temi si è discusso nell’incontro “Educare l’intelligenza” con gli interventi di Elias Becciu della Cooperativa Cidas, Giovanni Boccia Artieri, sociologo, Alessia Dulbecco, pedagogista, e Anna Rita Longo, docente e giornalista, introdotti da Alberto Puliafito.
Uno dei rischi principali, quando si parla di IA, è quello di concentrarsi soltanto sulla paura. Ogni nuova tecnologia, infatti, porta con sé timori e resistenze. Anche in passato è accaduto: di fronte all’introduzione del telefono, per esempio, o di altre innovazioni, si è spesso immaginato che potessero avere conseguenze negative sulle persone. La paura del nuovo, quindi, non è un fenomeno recente.
Il problema, però, non è semplicemente stabilire se l’intelligenza artificiale sia “buona” o “cattiva”. La vera questione è come impariamo a utilizzarla. Per questo l’obiettivo dell’educazione non dovrebbe essere soltanto quello di vietare o controllare l’uso degli strumenti digitali, ma quello di sviluppare negli adolescenti la capacità di comprenderli e utilizzarli con senso critico.
Un esempio significativo è quello della calcolatrice. Oggi è uno strumento normale, ma in passato il suo utilizzo poteva essere considerato un ostacolo all’apprendimento della matematica. Con il tempo si è capito che il problema non era la calcolatrice in sé, ma il modo in cui veniva utilizzata. Lo stesso ragionamento può essere applicato all’intelligenza artificiale: non è sufficiente chiedersi se debba essere permessa oppure vietata. Bisogna capire in quali situazioni possa diventare uno strumento di apprendimento.
In questo senso, l’IA può offrire opportunità importanti. Può aiutare a cercare informazioni, confrontare punti di vista, elaborare idee, correggere un testo o trovare nuovi modi per affrontare un problema. Può persino diventare uno strumento creativo. Considerarla soltanto come una minaccia significa, invece, rinunciare a comprenderne le potenzialità.
Allo stesso tempo, però, delegare completamente all’intelligenza artificiale le proprie capacità può diventare un problema. Se una persona utilizza un sistema di IA senza sapere cosa chiedere, come formulare una domanda o come valutare la risposta ricevuta, difficilmente riuscirà a ottenere un risultato di qualità. “La macchina può produrre una risposta, ma la qualità di quella risposta dipende anche dalle competenze di chi la utilizza”.
Questo aspetto è particolarmente importante per i giovani, che possono rivolgersi agli algoritmi non soltanto per svolgere un compito scolastico, ma anche per porre domande personali, cercare consigli o confrontarsi su questioni che riguardano la propria vita. L’IA può quindi entrare in una dimensione molto più delicata di quella del semplice strumento tecnologico. Può diventare una presenza nella costruzione dell’identità e nelle relazioni degli adolescenti.
Per questo la scuola ha un ruolo fondamentale. Educare nell’epoca dell’intelligenza artificiale non significa trasformare gli insegnanti in semplici controllori capaci di scoprire se un compito è stato scritto da una macchina. L’insegnamento, infatti, si basa anche su un rapporto di fiducia con lo studente. Se l’attenzione viene concentrata esclusivamente sul controllo e sulla punizione, si rischia di perdere di vista la funzione educativa della scuola.
La sfida è allora quella di insegnare agli studenti a fare domande, verificare le informazioni, riconoscere gli errori, confrontare le risposte dell’IA con altre fonti e soprattutto sviluppare un proprio pensiero. In altre parole, bisogna educare non soltanto all’uso dell’intelligenza artificiale, ma all’intelligenza necessaria per usarla.
Anche il concetto di creatività merita di essere ripensato. Spesso l’IA viene presentata come qualcosa che minaccia la creatività umana, perché è in grado di scrivere testi, produrre immagini e generare idee. Ma potrebbe essere affrontata anche da un’altra prospettiva: come uno strumento con cui sperimentare, confrontarsi e creare. Se un giorno una macchina fosse capace di produrre autonomamente un testo molto creativo, la domanda non dovrebbe essere soltanto se quel testo sia “vero” o “falso”, ma anche come possiamo valutarlo e che cosa significa, in quel caso, essere creativi.
In definitiva, educare l’intelligenza nell’epoca dell’IA significa evitare due estremi: da una parte la fiducia cieca nella tecnologia, dall’altra il rifiuto dettato dalla paura. La soluzione non è delegare alle macchine le nostre capacità, ma nemmeno fingere che possano essere escluse dalla vita degli adolescenti.
La scuola, la famiglia e la società hanno quindi il compito di accompagnare i giovani verso un uso consapevole degli strumenti digitali. “L’intelligenza artificiale non sostituisce la necessità di pensare: rende ancora più importante imparare a farlo”.