Il conflitto in Myanmar rientra nella categoria delle “guerre dimenticate” ha dichiarato la giornalista Angela Napoletano di Avvenire, nell’evento di cui è stata protagonista venerdì 2 ottobre durante il Festival di Internazionale. Gli scontri armati che insanguinano questo Paese, infatti, non riescono a suscitare l’interesse dei media e della diplomazia internazionale perché non rappresentano un’occasione di profitto economico o geopolitico diretto per l’Occidente, né un teatro in cui intervenire prioritariamente a tutela dei civili (con una dinamica molto simile a quella del Sudan). Eppure il Myanmar è al centro di importanti interessi strategici e geopolitici internazionali: la Cina, ad esempio, guarda con grande attenzione alla regione perché questa affaccia sull’Oceano Indiano, mentre la Russia la considera una pedina fondamentale nel sud-est asiatico per riaffermare il proprio imperialismo.
Le origini di questo conflitto civile sono addirittura precedenti all’indipendenza del fu Impero Britannico nel 1948: infatti questo, durante il periodo di dominio in Myanmar, cavalcò le differenze sociali aizzando un gruppo etnico contro l’altro con l’unico obiettivo di governarli con più facilità e sfruttare le numerose risorse delle quali dispone il Paese. Questa storica frammentazione, come racconta Maw Htun Awng Lahpai, vice ministro dell’Energia del Governo di Unità Nazionale, si è evoluta nel corso dei decenni a partire dalle proteste del 1988 e la relativa stabilità del periodo 2015-2020. Con il golpe del 2021, la giunta militare ha rovesciato la democrazia, arrestato il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi e instaurato una dittatura sanguinaria.
I generali al potere, spinti dall’avidità, hanno creato un vero e proprio “Stato nello Stato” e si sono macchiati di gravi atrocità. Per reprimere l’opposizione, la giunta impiega aerei commerciali o civili modificati come bombardieri d’emergenza o velivoli kamikaze per sganciare bombe direttamente sulla popolazione, sugli ospedali, sulle scuole e sui presidi nemici.
Sempre Angela Napoletano ha raccontato di essere stata di persona in un campo profughi nella foresta al confine con la Thailandia e di aver visto una situazione disperata: i medici del campo non erano professionisti e non disponevano di farmaci basilari; i ragazzi fabbricavano le protesi per i mutilati fondendo quello che trovavano con mezzi di fortuna come ferri da stiro. La popolazione è ormai stremata da una catena ininterrotta di disastri: dalla pandemia di COVID-19 alla recessione globale, fino all’inflazione, al colpo di Stato e al cambiamento climatico. Nelle aree rurali la situazione è drammatica al punto che i contadini scambiano semi di oppio con la frutta per sopravvivere. A questo si aggiunge la distribuzione iniqua degli aiuti internazionali, che faticano ad arrivare e sono per lo più destinati alle grosse città anziché alle zone rurali più bisognose.
Sul piano dell’opposizione, parallelamente al regime, è nato il Governo di Unità Nazionale, nel quale operano figure proprio come Maw Htun Awng Lahpai, che come tanti altri agisce dall’estero trovandosi in esilio. Sul campo, la resistenza è portata avanti da un’ampia mobilitazione che vede in prima fila studenti e funzionari.
In conclusione, nonostante la repressione e la propaganda del regime — che cerca di diffondere una falsa narrazione di “stabilità e prosperità” —, la giunta militare in cinque anni non è riuscita a schiacciare del tutto la popolazione. L’incapacità di controllare completamente i territori occupati mostra un chiaro segno di debolezza del regime e lascia aperta la speranza che la società civile possa infine liberarsi dalla morsa dei militaristi e ritrovare la pace.