Leggo loro un capitolo da L’analfabeta di Agota Kristoff. Il capitolo si intitola Dalla parola alla scrittura. Ho scelto questo capitolo perché parla di segreti, e nel corso del nostro primo incontro avevo chiesto ai ragazzi di fare un gioco. Avevo chiesto di scrivere un loro segreto, un segreto che non hanno mai rivelato a nessuno. Ho visto i visi velarsi di panico, al che ho spiegato il resto del gioco: “Il segreto può essere reale o inventato. Lo leggeremo in classe ma in forma anonima. Se non volete che venga letto mettete una ics. Ma se metterete la ics, io capirò che si tratta di un vero segreto”.

Quando sono tornato all’I.I.S. “8 Marzo” di Settimo Torinese per il secondo incontro con la mia classe adottiva, sulla cattedra c’era un un cumulo di biglietti anonimi; una piccola montagna di segreti. Ho separati i biglietti con le ics da quelli senza ics, e ho iniziato a leggerli ad alta voce. Non erano grandi segreti, ed è stato abbastanza facile riconoscere quelli veri da quelli inventati. Una ragazza ha raccontato della volta in cui uccise accidentalmente un pulcino: “Quello fu il mio primo pulcinicidio”. Qualcun altro ha fatto una dichiarazione d’amore per un compagno di classe. Molti hanno raccontato del loro rapporto con la morte. Uno ha scritto: “Penso spesso alla morte”. Un altro: “Non ci penso mai”. Quello che mi ha trafitto diceva: “Ho visto cose molto brutte, e ho paura di diventare come le cose che ho visto”.

Perché abbiamo fatto questo gioco? Perché volevo spiegare loro cosa fa uno scrittore con la realtà, come è in grado di manipolarla, che differenza c’è tra narrativa autobiografica e narrativa d’invenzione. E ancora, come deve porsi un lettore nei confronti del testo che sta leggendo. Siamo partiti da qui per parlare del mio libro, Anni luce. “Lo abbiamo letto fino a pagina 70”, mi hanno riferito. Una ragazza in fondo all’aula ha iniziato a snocciolare le domande, le leggeva in fretta. Ho parlato soprattutto di quella cosa dolorosa, struggente, ingannevole, bellissima che è la gioventù. L’ho raccontata a una platea di adolescenti, e quindi di pre-giovani. Né io né loro siamo nel pieno di quella cosa. Loro non lo sono ancora, io non lo sono più. E quindi è stato come parlare di un paese esotico che ho visitato tanti anni fa, e in cui loro si accingono ad andare. Ho letto loro le previsioni del tempo e ho fatto le solite raccomandazioni che si fanno prima di partire.

Ho portato via con me alcuni dei loro segreti e loro molti dei miei.

Andrea Pomella

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