Il cinema Apollo di Ferrara durante il Festival di Internazionale 2014 proietta “Va’ pensiero. Storie ambulanti.”, film-documentario di Dagmawi Yimer. Il filmato apre con un monologo di Mohamed Ba che racconta la storia della sua vita in Italia, sottolineando le parole del nonno le quali lo esortavano a distinguersi e a non rincorrere “l’avere” ma il sapere. Al suo arrivo a Milano cercando un nuovo punto di riferimento simile al suo “Baobab” in Senegal, si scontra subito con i pregiudizi dovuti al colore della sua pelle. Il racconto del protagonista si intreccia con quella di un suo connazionale Cheikh Mbengue, fabbro in Senegal e venditore ambulante a Firenze. Le loro vite sono accomunate da  una difesa  dal razzismo verso gli immigrati. Portano tutt’oggi i segni sul corpo di aggressioni non giustificate, infatti sono stati entrambi vittime di gravi aggressioni tra sguardi indifferenti. La consapevolezza dei due protagonisti è quella che rende ancora più grave l’accaduto: nessuno si sarebbe preoccupato di punire l’aggressore, nessuno avrebbe chiesto giustizia per le due vittime,evidentemente innocenti. Successivamente al documentario il regista si è presentato nella sala per rispondere alle domande del pubblico e delle rappresentanti di Occhio ai media. La sua esperienza è stata molto diversa rispetto a quella raccontata da Mohamed e Cheikh, lui si è sentito accolto da un’Italia dall’architettura romantica che gli ha dato una seconda possibilità. Tuttavia è al corrente delle continue discriminazioni e ha registrato il film per sensibilizzare gli spettatori su questo argomento:lui stesso afferma,nelle note di regia, che le riprese sono state fatte per uscire dall’anonimato e dalla “visione pietistica” dello straniero.Alcune osservazioni del pubblico e dello stesso regista mostrano che qualcosa sta mutando ma è ancora lungo il percorso per un cambiamento radicale. Dagmawi Yimer conclude l’incontro comunicando la sua speranza ovvero che il film tocchi maggiormente la sensibilità delle persone rispetto alla sua biografia. Non vuole essere uno di quei giornalisti-registi che lucrano sulla vita travagliata delle persone.