E’ il 5 agosto 2010 quando alcune pareti della miniera d’oro e di rame di San Josè, in Cile, cedono,  imprigionando 33 minatori. Per giorni non si hanno notizie, fino a quando il 22 di agosto una sonda  raggiunge il possibile rifugio dei minatori, a 700m di profondità e rileva che sono tutti sopravvissuti. Ha inizio allora la corsa contro il tempo per il recupero.

La notizia è rassicurante ma l’attesa è struggente e angosciante. Per i 33 minatori, stretti in uno spazio di circa50 metri quadrati, l’aria comincia a farsi pesante e la paura di un nuovo crollo li schiaccia, ma non li annienta. Nei giorni successivi vengono avviate con  trivelle le perforazioni del terreno, mediante le quali i soccorritori riescono a calare delle telecamere, per riprendere la realtà agghiacciante in cui sono intrappolati e per dare la possibilità ai minatori cileni di lasciare dei messaggi sul loro stato di salute. Per sopravvivere i 33 sfortunati uomini hanno a disposizione ben poco: due bocconi di tonno e del latte (preso da una riserva d’emergenza) circa ogni 48 ore, mentre l’acqua riescono a trovarla tra le infiltrazioni della falda. In tali precarie condizioni si comincia a diffondere la paura che in quella gabbia rocciosa possano insorgere ostilità, disagi mentali e che possa così rompersi quel sottile equilibrio sociale. Ecco allora che  i soccorritori, dalla superficie, affidano ai minatori compiti semplici, come scrivere lettere ai loro familiari, per tenerli occupati e per farli collaborare tra loro per mantenere vivi l’ottimismo e la speranza.

Il 13 di ottobre lo scavo di un pozzo di salvataggio, raggiunge finalmente il rifugio dei 33 minatori e le difficili operazione di salvataggio, attraverso un lungo percorso all’interno di una “gabbia ascensore” vengono trasmesse in diretta in tutto il mondo da tv e internet.
Non appena i minatori giungono in superficie, uno ad uno, vengono accolti dal presidente cileno  Piñera  in persona e dalla folla festante dei parenti che per tanto tempo hanno atteso il ritorno alla luce dei loro cari. I minatori cileni sono ben presto diventati eroi nazionali: hanno saputo combattere contro la paura, l’angoscia, la fame, la sete ma soprattutto hanno cooperato, facendosi forza l’un l’altro come in un team vincente . L’intero Cile, durante quei terribili giorni di attesa, si è stretto attorno  ai suoi “eroi” che inconsciamente hanno infuso nell’intero Paese grande orgoglio nazionale. Alle finestre e ai balconi di tantissime case si vedevano sventolare bandiere cilene e persino il presidente Sebastian Piñera ha guadagnato l’appoggio di molti cittadini per la sua gestione impeccabile del salvataggio. Si è trattato di una bella pagina di umanità, scritta in quasi due mesi da 33 uomini intrappolati nelle viscere della terra mentre erano al lavoro. Decisamente una gran bella giornata per il Cile intero.


Caterina Marzocchi, Liceo classico L.Ariosto, Ferrara