Grazie al progetto “Adotta uno scrittore” sono stata ospitata per tre giorni dal Liceo Artistico “Renato Cottini” di Torino.

Io il liceo artistico non l’ho mai fatto, eppure avrei voluto. Tanto. Poi la vita ti fa prendere strade che non pensavi e oggi scrivo e disegno le mie storie a fumetti. Allora ho capito che va bene così, che il percorso fatto è stato il migliore possibile. Adesso faccio il lavoro che sognavo da bambina. Un privilegio che va mantenuto lavorando tanto, perché si sa quanto siano fragili i sogni quando si scontrano con il mondo reale.

Ecco, il primo incontro con i ragazzi si è aperto così. Prima di parlar loro di fumetto, di libri, di disegno, volevo che sapessero chi ero. La mia storia. Mi sarebbe piaciuto che la credibilità di ogni parola detta fosse stata legata a un vissuto, il mio. Vero, perché reale.

Non avrei saputo partire da un presupposto diverso.

Per stare insieme tre giorni e imparare ad ascoltarsi, ci vuole fiducia.

Poi è toccato a loro raccontarsi. Nomi, età, interessi e pian piano, spesso sottovoce, hanno iniziato a  mostrarsi. Scopro che in molti scrivono: poesie, indovinelli, storie.

Frasi rubate alla malinconia. Pensieri di adolescenti inquieti, di cui spesso si vergognano.

Siamo passati poi dalla scrittura alla lettura. I loro gusti, i miei.

A questo punto mi sembrava che tra di noi si fosse creato un ponte. Potevamo andare e venire nelle vite di ciascuno, esplorando le varie possibilità.  Un ponte fatto di storie, le nostre.

Ho parlato del mio lavoro, con la speranza di mostrargli un possibile futuro professionale.

Scrivere e disegnare un fumetto richiede competenze diverse. Bisogna saper trattare una sceneggiatura, conoscere le inquadrature cinematografiche per poterle utilizzare ai fini del nostro storytelling. Dobbiamo caratterizzare i personaggi,  non solo dal punto di vista psicologico, ma anche estetico. Creare intorno ad essi un ambiente credibile. E’ un po’ come girare un film avendo un budget illimitato. Siamo allo stesso tempo registi, scenografi, costumisti, esperti di recitazione.

Poi c’è tutto l’aspetto grafico. Il disegno, con le sue regole di anatomia e prospettiva e l’uso del colore, come elemento imprescindibile  della narrazione.

Realizzare un graphic novel non è solo scrivere e disegnare una storia, ma curare un libro fin nei suoi più piccoli dettagli. Pensare una copertina, decidere e posizionare il titolo, dedicare attenzione alla quarta di copertina, con la scelta del testo da inserire.

Più siamo in grado di creare un oggetto esteticamente  accattivante, più questo sarà in grado di stimolare e valorizzare la lettura e l’attenzione del suo contenuto.

Il nostro è sicuramente un lavoro affascinante, ma che richiede un sapere tecnico molto specifico, che si acquisisce con lo studio della teoria e tante ore passate sul tavolo da disegno.

In tutto ciò, la conoscenza degli autori diventa fondamentale.

Ed è proprio per questo motivo che, nell’ultima parte di questo primo incontro, abbiamo delineato una breve storia del fumetto, attraverso un percorso fatto di immagini proiettate sulla LIM di classe.

Siamo partiti dalle Progressioni di Hogarth, pittore e incisore di fine seicento, considerato per la modalità di esecuzione dei suoi quadri uno dei precursori della narrazione sequenziale. Abbiamo ragionato sull’importanza storica e sociale di icone quali Yellow Kids, Mickey Mouse e Capitan America. Si è parlato della potenza di una storia come quella di Mouse di Art Spiegelman, per arrivare al genio e alla forza dei personaggi creati da artisti come  Andrea Pazienza e Gipi.

E ancora abbiamo parlato di fumetto supereroistico, underground e seriale.

Poi è suonata la campanella, ma nessuno è fuggito dai banchi, perché c’erano ancora tante cose da vedere, troppi mondi da esplorare.

Il secondo giorno ci siamo spostati nella Libreria Comunardi, di Paolo Bardi.

Un luogo accogliente e ben organizzato, con un ampio reparto dedicato al fumetto, che ci ha dato la possibilità di sfogliare alcuni tra testi più belli di cui avevamo discusso precedentemente in classe.

Emozionante il momento in cui abbiamo parlato del mio ultimo graphic novel, La memoria delle tartarughe marine.

I ragazzi si sono confrontati con i personaggi e la storia. E’ stato interessante capire come un libro possa restituirci parti importanti del nostro vissuto, riappacificare le inquietudini, o alimentare i dubbi e generare nuove domande.  

Curiosità, interpretazioni, una bella discussione corale, in cui ognuno di loro aggiungeva pezzi di significato al mio lavoro.

Il terzo e ultimo giorno siamo tornati in classe. Abbiamo affrontato l’aspetto tecnico del lavoro di un fumettista. Ho mostrato loro vari strumenti, dai pennelli ai tipi di carta, fino all’uso del digitale.

Infine, la parte più bella. La volta precedente avevo chiesto a chi se la fosse sentita, di portare in classe i propri fumetti preferiti e di spiegarli ai compagni.

Potrei raccontarvi del loro entusiasmo e dell’attenzione  per i dettagli presenti in ogni spiegazione, ma preferisco allegare alcune foto di quei momenti.

Guardateli. Guardate attentamente le loro espressioni, perché personalmente, mentre lo facevo, mi sono ricordata da dove venivano i miei sogni.

E  forse non è scontato rammentare quanto sia ancora  così potente e rivoluzionario un gesto tanto semplice quale aprire un libro.

Simona Binni

Leggi anche il resoconto della professoressa Antonella Martina del Liceo Artistico Cottini di Torino