Tina Anselmi non è stata influenzata solo dal padre, iscritto al partito socialista, ma era mossa da quegli ideali che ancora oggi guidano la nostra democrazia. Per Bruno Gambarotta e Carla Nespolo essere la voce di Tina non è stato solo un compito, ma un dovere nei confronti di tutti coloro che sono morti per la Resistenza.

Il 10 maggio nella sala Atlantide del Salone del Libro di Torino, Carla Nespolo, presidente dell’Anpi, e Bruno Gambarotta, presidente dell’Archivio Nazionale cinematografico della Resistenza, hanno raccontato la storia di una donna che non ha solo combattuto per la parità dei diritti, ma anche per la nostra costituzione.

Tina Anselmi nel settembre 1944, all’età di 16 anni, mentre frequentava l’istituto magistrale a Bassano del Grappa, dopo aver assistito all’impiccagione pubblica di ventisette giovani presi in un rastrellamento, tra cui il fratello della sua vicina di banco, decide di prender parte attivamente alla Resistenza e di diventare una staffetta partigiana. Ogni giorno dimostrava grandissimo coraggio, tanta voglia di libertà e speranza nella vita percorrendo più di cento chilometri in bicicletta, senza dire niente ai propri genitori, che erano all’oscuro del suo legame con i partigiani.

Il compito svolto da tutte le staffette è stato un lavoro necessario perché il collegamento tra le brigate partigiane era un fatto militarmente e politicamente importante. Nonostante le donne rischiassero come, se non più, degli uomini ,per circa trent’anni il loro lavoro di partigiane non è stato riconosciuto.

Al termine della guerra si laureò in lettere all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, diventando poi insegnante elementare. Non abbandonò, però, il suo impegno civile e politico, infatti proseguì nel sindacato e all’interno della Democrazia cristiana. Sotto il governo Andreotti, dal quale grazie alla sua tenacia non si fece mai ostacolare, nel 1976, giurò, davanti al presidente della repubblica Giovanni Leone, come prima donna ministro del Lavoro e qualche anno più tardi anche della Sanità. Infatti l’ingresso delle donne in magistratura in Italia risale al 1963, mentre prima di allora le donne erano ammesse all’esercizio delle professioni e agli impieghi pubblici, ma erano escluse dall’esercizio della giurisdizione.

A Tina Anselmi si deve anche la legge sulle pari opportunità, che ribadendo gli articoli fondamentali della nostra costituzione, ha permesso di abbattere le discriminazioni di ogni genere, in particolar modo quelle sessiste.

 

Aurora Tesauro e Matteo Grasso, liceo Alfieri.