Da l’inserto speciale del Corriere della Sera La lettura con un approfondimento sul Salone del Libro di Torino 2018.  Potete vederlo nella versione web nell’articolo dedicato al progetto da La Lettura del Corriere della Sera

La fotografia ed il giornalismo mi hanno portato in giro per il mondo durante anni. Sono stato una persona fortunata sin dalla nascita. La mia famiglia, pur non essendo perfetta, mi ha sempre sostenuto quando ne ho avuto bisogno. Sin da piccolo mi è stato trasmessa l’importanza della lettura e del viaggio. Sempre mi è stato detto che l’unico modo di non sbagliare è di fare quello che si ama, per poter farlo bene.

Cosí, quando ho ricevuto l’invito di adozione da parte del IPPM di Pontremoli, mi sono accorto che l’impegno sarebbe stato non semplicissimo: io, un uomo maturo e privilegiato, che si occupa di fotografia e politica internazionale, dovevo trovare un punto di comunicazione con delle ragazzine che invece, hanno cominciato la loro vita in un contesto sfavorevole, che le ha portate in un Istituto penale, cioè, in prigione.

Volevo trasmettere che la fotografia, combinata con la scrittura può essere uno strumento di riflessione semplice ed utile. Volevo fargli vedere che con pochi strumenti si può aprire un mondo di comunicazione che può essere non solo un passatempo, ma anche una via di autoconoscenza. Era essenziale per me, cercare di mettermi nei loro panni, prima di incontrarle. Dovevo mostrargli un esempio pratico dell’esercizio che intendevo fare con loro. Così mi sono dato il compito di raccontare il mio arrivo a Roma da Madrid nel settembre di 2017, usando come strumento solo delle foto fatte dentro casa mia e poche frasi per esprimere sentimenti e qualche fatto concreto.

Con questo breve esempio di due pagine, intitolato “Sapevo che sarei tornato a Roma”, le ragazze hanno capito subito di cosa si trattasse. Si sono entusiasmante dall’idea di poter fare qualcosa di simile. Certo, in prigione ci sono molti limiti: è vietato possedere macchine fotografiche o telefoni. Non si possono fotografare le finestre, le sbarre, le porte, neanche i volti delle ragazze o delle funzionarie. In definitiva, non si possono fotografare tutte quelle cose che ci avrebbero aiutato a trasmettere facilmente la loro esperienza.

In realtà, quando si fa fotogiornalismo uno si trova spesso con questo tipo di limiti, e cosí ci siamo dati da fare per tracciare una strategia narrativa con base visiva. Abbiamo parlato del concetto “metafora”, e con questo hanno cominciato a stabilire paralleli immagine-concetto.

Gli educatori che abitualmente lavorano con le ragazze, le  hanno coordinate, ed insieme siamo riusciti a fotografare il loro contesto.

Poi abbiamo stampato le loro foto, e le abbiamo analizzate. Insieme, votando ogni decisione creativa, abbiamo creato uno scheletro narrativo per creare una sequenza tutte insieme. La base del racconto era questa:

  1. a) che cosa mi ha portato qui.
  2. b) com’è stato il primo impatto.
  3. c) come si svolge la mia vita in prigione.
  4. d) come mi sto transformando.
  5. e) quando uscirò.

Su questo scheletro abbiamo scelto una serie di 16 foto. Abbiamo creato una sequenza. Le ragazze hanno capito subito il gioco. Hanno fatto le loro proposte, hanno parlato davanti alle altre per argomentare le loro scelte e hanno discusso il fondo e la forma della storia. Alcune si sono coinvolte particolarmente. Ci sono stati momenti molto emotivi. Qualche parola di rimpianto e anche qualche pianto.

L’istituto non è un posto facile; per un’adolescente è duro trovarsi rinchiusi. Il grado di istruzione generale tra le ragazze è vario. Non tutte ce la facevano con la stessa facilità.

C’è stato un momento intensissimo per me internamente. Nessuno se ne è accorto, perché io non ho reagito in nessun modo esterno. Una ragazza, bloccata davanti all’esercizio, incapace di articolare un pensiero ha finalmente detto: “…è che io non so pensare…”

Ed è questo è il problema sostanziale: chi è nato in un contesto scomposto, senza riferimenti né guide, comincia la vita con diversi gradini di svantaggio.

Io, una persona privilegiata dal primo giorno di vita, non ho mai pensato di non saper pensare. Faccio difficoltà a immaginare che cosa vuol dire non avere gli strumenti cognitivi per strutturare un pensiero, ma quando sento qualcuno dire “… io non sò pensare”, credo che questo in realtà è già il seme di un pensiero. È la prova del primo passo dell’autoconsapevolezza.
Cosí, esco dall’istituto minorile di Pontremoli soddisfatto per essere riuscito a costruire un ponte di comunicazione con le ragazze. Convinto di averle capito, e di essere stato capito.
Poi, qualche giorno dopo, quando l’esperienza non è più totalmente fresca e nella memoria rimane solo l’essenziale, provo a scrivere, mettendomi nella pelle di una ragazza di Pontremoli, le parole che danno finalmente vita al racconto visivo. E finalmente prende forma una storia il cui titolo, selezionato dopo un dibattito e votazione, é “Stay strong”.

 

Carlos Spottorno

Leggi anche il resoconto dell’educatrice dell’istituto Penale per minorenni di Pontremoli, Manuela Ribolla

Leggi la versione finale di Stay Strong. Le ragazze di Pontremoli