Questo tempo così paradossale e unico a cui la pandemia ci ha costretti è fonte, tra le mille preoccupazioni che si porta appresso, anche di riflessioni. Tutto si è capovolto, tutto sembra prossimo a riformarsi e solo alla fine sapremo se è davvero cambiato qualcosa in noi e nella società. Nella sfortuna, però, riescono sempre a nascere idee positive, costruttive: una di queste è certamente il Salone Extra. Il Salone del Libro ancora una volta si rinnova e cerca “altre forme di vita”, per raggiungere tutti coloro che lo amano e diffondere, come ha sempre fatto, una cultura plurale.

I momenti “sospesi” come questo, ove siamo impossibilitati a vivere la nostra vita di sempre, quasi ci “obbligano” a ricordare, cosa stavamo facendo usualmente, in questo periodo dell’anno. Dieci anni fa, grazie al progetto Galeotto fu il Libro di cui facevo parte al Liceo, ebbi lo straordinario privilegio di poter vivere per tre anni il BookBlog. Non è riassumibile a parole, cosa si provi, a 16 anni, ad essere catapultati nel mondo del Blog. Chi l’ha vissuto, lo vive o lo vivrà sa quanto divertimento, entusiasmo, ricchezza ti regala. Per quattro giorni hai la possibilità di assistere ad eventi, scrivere di essi, incontrare scrittori, intervistarli addirittura, vivere esperienze che raramente potresti vivere, se non ne facessi parte.

Ho mille ricordi speciali legati al Salone: uno dei più emozionanti è certamente quello intrecciato al progetto Potere alla Parola, ideato dal movimento Se Non Ora Quando di Torino. Il progetto, nato per le scuole, aveva l’obiettivo di rendere noi studenti protagonisti attivi nella lotta contro la violenza sulle donne. Certamente non è facile approcciare ragazze e ragazzi ad un tema così doloroso, ma la forza del progetto risiedeva e risiede nello sforzo di educare i più giovani sul tema mediante la parola.

Quale sarebbe la parola che vorresti eliminare, se potessi, dal dizionario, terribile, della violenza di genere e perché? Quale invece quella a cui vorresti dare luce, per diffondere speranza?

Questa, la sfida posta a noi studenti: pensare ad una parola. L’operazione in sé può sembrare semplice, ma, in realtà, fermarsi a riflettere su tutti gli stereotipi, le aberrazioni e i pregiudizi che circondano il tema, soprattutto considerando come è veicolato e proposto dai media, è incredibilmente formativo. Ci aiuta a capire che la violenza di genere è un problema prima di tutto culturale, che le parole, da noi impiegate quotidianamente, hanno un “potere”, poiché riescono a sgretolare quella logica malata per cui la donna diventa oggetto del possesso dell’uomo, che di conseguenza può farne ciò che vuole.

Oggi, mi chiedo quanto sia cambiata la società rispetto al 2013, l’anno in cui iniziò il progetto e del mio ultimo Salone. Mi chiedo se la consapevolezza sul tema sia cresciuta, se abbiamo imparato a dare un potere alle parole o se è ancora tutto uguale. Sette anni fa, la parola “femminicidio” era al centro delle polemiche, poiché si dibatteva se fosse opportuno chiamare i femminicidi “femminicidi” o se invece fosse più appropriato continuare a definirli, “comunemente”, omicidi: il reato è pur sempre lo stesso, sostenevano alcuni. Della necessità di un “doppio binario” linguistico, ancor prima che giudiziario, avevano accoratamente discusso, quell’anno al Salone, Loredana Lipperini e Michela Murgia, presentando il loro libro “L’ho uccisa perché l’amavo” Falso!”. Dell’incontro scrivevamo: “è necessario agire sulla cultura, sulla mentalità e sulle parole, poiché esse generano la realtà, come afferma Loredana Lipperini. […] Michela Murgia conclude dicendo “non so cosa succederà a questa storia, ma qualcosa mi dice che è arrivato il momento di toglierle il guinzaglio.”

Mi emoziona leggere dopo 7 anni queste parole, scritte quando avevamo solo 18 anni. E, anche se oggi il termine “femminicidio” non è più al centro delle polemiche, non so dire se la società abbia acquisito più coscienza, circa la necessità di modificare il linguaggio, oltre che le leggi, nella lotta a quella che è una vera e propria piaga sociale. L’unico dato certo è che nemmeno la pandemia ha fermato i femminicidi. E allora in questo tempo di riflessioni, a cui siamo costretti, ripensando alle avventure del Salone e al progetto di Se Non Ora Quando – Torino in particolare, mi sono resa conto di quanto sia indispensabile dare ancora “potere alla parola”. Le parole al potere di noi Galeotti nel 2013 erano queste: PRIVILEGI – VOCE – UXORICIDIO – MURA – “NO!” – POSSESSO – PROVOCAZIONE – LUCE – DOMESTICO – LINGUAGGIO SESSISTA – LAMA – L’HO UCCISA PERCHE’ L’AMAVO – GELOSIA – SAPEVANO. (qui per leggere ciascuna motivazione: http://bookblog.salonelibro.it/le-parole-del-liceo-classico-ariosto-di-ferrara/). La consapevolezza dell’attualità di ciascuna di esse mi spezza il cuore. Vorrei poter affermare, con sicurezza, che almeno una di queste voci è stata eliminata da quel vocabolario di violenza, che giornalmente ci viene proposto, ma sarebbe una bugia. Ciò che invece lo ricompone, quel cuore, è l’assoluta convinzione che gli adulti di domani, sono potenzialmente i ragazzi che ieri hanno ragionato sul tema della violenza di genere, ne hanno discusso, assieme hanno cercato di capirne le cause scatenanti e quali le soluzioni possibili. E questo magari grazie a progetti come Potere alla Parola, il BookBlog o Galeotto fu il libro. Grazie alla scuola insomma. Tutto nasce ed orbita sempre attorno a lei.

La mia parola al potere sette anni fa era “voce”. Ero e sono convinta tutt’ora che solo diventando noi la voce di chi soffre, di chi ha paura e non parla, si possano salvare vittime innocenti. E non servono gesti eclatanti: anche solo leggere, informarsi, scrivere del problema, partecipare ad un progetto scolastico, ti rende “voce”, poiché ti educa all’ascolto di quella voce. Tremavo come una foglia, quando, nell’Arena Bookstock, durante l’evento dedicato al progetto, lessi, assieme a tanti altri studenti, la mia parola e la sua motivazione. Il foglio mi tremava talmente tanto, che quasi non riuscivo a leggere ciò che c’era scritto. Scesa dal palco, temevo di aver combinato un disastro e che non si fosse capito nulla, ma una ragazza che non conoscevo mi assicurò che la mia voce invece era salda. Quel momento, non lo dimenticherò mai.

Il Salone ed il BookBlog mi hanno regalato più di quanto io possa avergli mai offerto. Esperienze di vita, di formazione, di cui comprendi fino in fondo l’importanza solo quando li segui da lontano e riavvolgi il nastro di quei ricordi meravigliosi.

In un momento così assurdo, imprevedibile, capita anche, di tornare a scrivere per il Blog, per celebrare un progetto, così unico, perché costituto, in primis, da persone uniche.

A Popi, alle mie Prof Galeotte, grazie per questo regalo.

Sara Hamado – ex studentessa del Liceo L. Ariosto di Ferrara, galeotta e bookblogger per sempre