In questo articolo trovate la seconda parte dei lavori che gli studenti ristretti della Casa di Reclusione Rodolfo Morandi di Saluzzo e gli studenti del liceo Soleri Bertoni hanno realizzato nell’ambito dell’adozione di Christian Raimo. Ancora una volta dobbiamo ringraziare e ringraziamo volentieri la professoressa Rossella Scotta non solo per averceli mandati per il magnifico lavoro che fa per #adottaunoscrittore


Uguali ma diversi

Uguali… ma DIVERSI

Un’ occasione mancata di Educazione

Martedì 24 aprile 2018, è avvenuto il secondo e penultimo incontro con lo scrittore Christian Raimo, nel carcere di Saluzzo.  Questi eventi culturali organizzati, in collaborazione con il Salone del libro di Torino, dal Liceo Soleri-Bertoni, hanno essenzialmente lo scopo di rendere possibile un’interazione tra studenti ristretti, studenti liberi e intellettuali, che si confrontano e approfondiscono tematiche di rilevanza culturale e sociale. In particolare, in questa occasione, lo scrittore Christian Raimo ha voluto presentare due suoi libri e commentare   i contenuti inerenti al mondo scolastico e all’istruzione, nelle sue varie forme.

Noi, studenti ristretti, abbiamo quindi letto le opere proposte, le abbiamo commentate con documenti scritti e abbiamo preparato degli interventi orali da esporre negli incontri. Si è sviluppato così un interessante e poliedrico dibattito, ricco di spunti di riflessione, sulle diverse criticità della realtà della scuola. Interessante e stimolante il dialogo tra studenti liberi, studenti detenuti e docenti, che esprimono, ciascuna parte seguendo angolazioni diverse, una peculiare visione sul valore della cultura.

Queste attività fanno parte di una ricca offerta formativa che il Liceo Soleri-Bertoni propone ai propri studenti ristretti, non esaurendo il proprio compito nei consueti programmi scolastici, ma estendendo in ogni direzione gli approfondimenti, con proiezioni di film, presentazioni di libri, incontri con persone culturalmente significative e attività teatrali.

Grazie a tutte queste attività, preziose per l’arricchimento personale ed etico degli studenti ristretti e al clima di serena collaborazione tra studenti e docenti, si è creata una volontà costruttiva e un reciproco rispetto tra le parti, che perdura nel tempo e nella quotidianità delle attività scolastiche ed extra-scolastiche.

Ebbene, nell’occasione dell’incontro di martedì 24 aprile, si è registrato un inconveniente, frutto a nostro parere di disposizioni organizzative penitenziarie inopportune ed estemporanee, che hanno lasciato gli astanti con l’amara consapevolezza di un’occasione mancata: quella di fornire ai giovani studenti liberi un esempio di civiltà, che bandisce la discriminazione e invita al superamento di ogni pregiudizio.

In questa data, infatti, studenti liberi, studenti ristretti e docenti, insieme allo scrittore Christian Raimo, si sono riuniti nell’aula magna della scuola e come d’uso ognuno ha preso posto in ordine sparso e casuale, tra i banchi e le sedie disponibili.  Intanto che l’incontro aveva inizio, un agente, in modo del tutto inatteso, ha dato ordine agli studenti ristretti di stringersi nella parte sinistra dell’aula, e agli studenti liberi di fare altrettanto ma nella parte destra, lasciando così di proposito uno spazio vuoto tra i due blocchi, con il conseguente risultato di far sentire a ognuno dei presenti e per tutto il tempo dell’incontro, il disagio della ghettizzazione e dell’intolleranza che si subisce.

L’unica ragione per la quale noi studenti ristretti abbiamo prontamente eseguito l’ordine, anziché allontanarci immediatamente dall’aula abbandonando l’evento, è dovuta al rispetto per lo scrittore, per i giovani studenti ospiti e per i docenti organizzatori, ai quali abbiamo espresso il nostro profondo sconcerto e rammarico per questo infelice episodio, che non avrebbe avuto alcuna minima ragione di essere.

Lo spirito che ci anima, ogni giorno, frequentando la scuola e le diverse attività è infatti quello della cortesia, del rispetto e della gratitudine che i docenti e gli ospiti meritano; in tanti anni di attività didattiche, mai una sola volta noi studenti ristretti, siamo stati meno che gentili nei loro confronti e tra di noi.

Nella piena comprensione della sacralità dell’ambiente scolastico, come luogo di civiltà e di edificazione sociale, nel riconoscere la dedizione dei docenti e nel sentire come doveroso il nostro buon comportamento, abbiamo fatto del nostro meglio per creare, pur nella diversità dei nostri ruoli, un ambiente disteso e amichevole, senza mai uscire dai limiti comportamentali spettanti a degli studenti.

Per la stima reciproca, e preso atto del nostro radicato senso di responsabilità, le docenti, giovani e meno giovani, e le studentesse esterne si sono sempre sentite a loro agio, totalmente certe di essere al sicuro, in nostra compagnia. Recentemente e per molti mesi consecutivi, abbiamo gestito la preparazione di uno spettacolo teatrale, terminato con una rappresentazione, insieme a tre ragazze, studentesse del Laboratorio teatrale, tra le quali c’erano le due figlie della Preside del nostro Liceo. In questa attività, 15 studenti detenuti si sono lasciati dirigere in modo responsabile e senza alcun tipo di problema dalla giovanissima regista e dalle sue compagne.

Per questi motivi siamo rimasti allibiti dall’ordine di separare fisicamente, all’interno di un’aula scolastica, gli studenti liberi da quelli ristretti, rimarcando stucchevolmente come noi si sia “i cattivi”, mentre “i buoni” stanno dall’altra parte. Queste manifestazioni di insofferenza e di perenne sospetto contengono l’implicito giudizio negativo e pregiudizievole nei nostri confronti, quasi che noi fossimo incapaci di un contegno assennato e “civile” nei confronti di studenti e docenti: riproporre il vetusto stereotipo di categorie perennemente avverse testimonia la profonda immaturità del sistema carcere, lontano ancora anni luce da un trattamento umano, cioè rispettoso delle persone.

Gli studenti diversi ma uguali agli altri studenti


Studenti diversamente liberi

Studenti diversamente liberi

Cari ragazzi e ragazze,

a chiusura di questi incontri, desidero raccontarvi una storia. È quella di una famiglia atipica, composta da docenti di ruolo e volontari e da studenti diversamente liberi.  Un gruppo di persone che la scuola ha raccolto attorno all’ambizioso progetto di seguire un percorso comune che favorisca l’educazione, il senso civico e il rispetto dell’altro. Non vi nascondo che le difficoltà incontrate nel perseguire e nel conseguire qualche risultato non sono state poche.  Del resto questa famiglia si differenzia per cultura, lingua, età, esperienza di vita, modo di porsi nei confronti del prossimo e della vita stessa. Un’eterogeneità che non aiuta molto, ma che arricchisce, se si accoglie senza guardare l’etnia, il tessuto sociale di provenienza, le credenze religiose e le tendenze sessuali. Un po’ come fa la scuola, che lascia entrare nella  propria casa chiunque voglia fuggire dall’ignoranza e dall’indifferenza, a patto che ognuno offra poi il proprio contributo perché il valore della condivisione e dell’impegno si diffonda e si radichi altrove.  Devo confessarvi che non è un impegno da poco, perché, vedete, la tendenza a lasciarsi influenzare dalle tensioni e dalle pressioni dell’ambiente in cui si vive conduce spesso a deludere anche queste aspettative, a far sì che il buono e il bello acquisito dalle pagine dei libri e dalle voci delle insegnanti, si scontri con l’ingiuriosa assenza di un’alternativa. Eppure, questa famiglia trova motivo di esistere proprio nel tentativo di sovvertire questa tendenza, di recare nella vita dei suoi appartenenti la consapevolezza di sé e, quindi, di poter essere altro rispetto allo stigma sociale che, in qualche modo, li discrimina. In fondo, l’importante è proprio questo: sapere di fare parte di una comunità che, non arrendendosi di fronte ai problemi, sappia porre le condizioni perché ognuno possa manifestare le proprie inclinazioni positive e, pertanto, rendere se stesso una persona migliore.  

Ecco, l’augurio di questa famiglia è che voi, che siete giovani, sappiate apprezzare e cogliere le opportunità che vi sono offerte dalla scuola, che impariate a guardare oltre le apparenze e, soprattutto, a trarre dalle esperienze anche altrui un insegnamento che vi permetta di vivere nel mondo senza nutrire o subire pregiudizi.

                                                             Uno studente diversamente libero del “Morandi”


Chi è il buon maestro? Sondaggio di classe

CHI E’ Il BUON MAESTRO?

SONDAGGI DI CLASSE

Definisci le tre qualità per te irrinunciabili per definire il buon insegnante:
La classe dei ragazzi adolescenti:

 

  • UMANITA’ (capace di “comprendere”- “sensibile” per saper scoprire e valorizzare le capacità di ciascuno – capace di “empatia” – “corretto” nei rapporti, ma nel dovuto distacco, senza diventare intrusivo ed invadente)
  • PASSIONE (nutre amore per ciò che insegna e quindi crea motivazioni nei ragazzi – ha passione e trasmette la passione – è coinvolto in ciò che dice o fa e questo attiva l’interesse )
  • EQUITA’ ( imparziale – non deve essere “prevenuto”, creandosi l’immagine fissa dell’ allievo)
  • al quarto posto: competenza e capacità di trasmettere ciò che si sa
  • al quinto posto: saper essere un buon esempio ( per es. deve rispettare regole ed orari se deve essere un modello di comportamento)

 

Le classi  degli adulti ristretti:

  • PROFESSIONALITA’ E PREPARAZIONE ( sa e sa spiegare – è competente nella sua materia ed è chiaro nelle spiegazioni)
  • AUTOREVOLEZZA E CREDIBILITA’ ( ha personalità, ha passione, è consapevole del suo ruolo, è determinato, cioè non “si smonta” facilmente)
  • FLESSIBILITA’ ( è capace di adattarsi a situazioni diverse)
  • UMANITA’/ EMPATIA ( è capace di comprendere)
  • al quarto posto: pazienza

Gli insegnanti presenti al dibattito di Adotta uno scrittore:

  • ONESTA’ / ETICA DEL BENE COMUNE / APERTURA AL MONDO ( è consapevole della complessità della realtà, ha senso di giustizia, si impegna per dare l’esempio di una cittadinanza attiva)
  • PREPARAZIONE E PROFESSIONALITA’ (conosce i contenuti specifici della disciplina che insegna, possiede una  formazione psico-pedagogica, si aggiorna)
  • EMPATIA, EQUILIBRIO, CAPACITA’DI RELAZIONE (è capace di stabilire un rapporto efficace con gli studenti e di suscitare interesse e partecipazione)

LO SCRITTORE CHRISTIAN RAIMO:
una sola: LA CHIAREZZA (cita il manuale di letteratura di Claudio Giunta,  Cuori intelligenti, DeA, Garzanti Scuola, 2017)

GLI INSEGNANTI DEI FILM: quali le loro caratteristiche emergenti?

LA CLASSE – ENTRE LES MURS ( Laurent Cantet, 2008)

  • UMANITA’
    BUONA VOLONTA’
    PAZIENZA

LES CHORISTES – I RAGAZZI DEL CORO ( C. Barratier, 2004)

  • UMANITA’
    PASSIONE
    PAZIENZA

MONSIEUR LAZHAR – BACHIR LAZHAR (Ph. Falardeau, 2011)

  • UMANITA’
  • MANCANZA DI PREPARAZIONE “DIDATTICA”
  • ESPERIENZA DI VITA, NON DI LIBRI

CAPTAIN FANTASTIC (Matt Ross, 2016)

  • UTOPIA
  • SEVERITA’ /AMOREVOLEZZA
  • INFLESSIBILITA’/ FLESSIBILITA’

IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO (L. Wertmuller, 1992)

  • UMANITA’
  • DETERMINAZIONE
  • CONSAPEVOLEZZA DELLA SCONFITTA

L’ONDA – DIE WELLE (D. Gansel, 2008)

  • DIDATTICA ALTERNATIVA
  • ATTEGGIAMENTO SCIENTIFICO
  • ECCESSIVO COINVOLGIMENTO/INTRUSIONE

DIARIO DI UN MAESTRO (V. De Seta 1973)

  • DIDATTICA ALTERNATIVA
  • ATTEGGIAMENTO IDEOLOGICO
  • CONVINZIONE/DETERMINAZIONE


Michele Serra vs. mondo

TUTTI I BANCHI SONO UGUALI?

Michele Serra vs. mondo

E’ quasi imbarazzante commentare lo scritto di Michele Serra, tanto è lapalissiano ed evidente: per colpa dello stato, i poveri sono più maleducati e incivili dei ricchi. Sempre per colpa dello stato, i figli dei poveri vanno in scuole diverse da quelle dei ricchi e tra i poveri sono più frequenti i comportamenti barbari e violenti. Ho riletto sia l’Amaca originale che i commenti successivi, per vedere di trovare un vulnus, una crepa o fessura dove poter indirizzare i miei risentimenti, dopo averli motivati. Invece, niente, non un tallone d’Achille, non una sbavatura, mi hanno consentito di dare anche solo una quota di torto a Michele Serra. Irreprensibile e inemendabile.

 Eccola la verità, nuda e cruda e inscalfibile: nelle vite di tutti noi, ogni giorno, in ogni luogo della terra, troviamo decine di prove oggettive che le classi meno abbienti sono penalizzate anche dal punto di vista comportamentale e scarseggiano quanto ad adesione al patto sociale. Variamente inurbani, cafoni, coatti, maleducati, incivili e nei moltissimi modi possibili per descriverli, i poveri non si sanno comportare in società e non rispettano il prossimo, spesso arrivando ad atteggiamenti aggressivi e violenti verso gli altri per mancanza di consapevolezza. Noi detenuti abbiamo un punto di vista privilegiato per toccare con mano quello che i liberi vedono distrattamente e meno frequentemente, essendo, come noto, il carcere luogo di concentrazione degli effetti nefasti dei fallimenti pedagogici e sociali.

  I prigionieri, infatti, per una serie numerosissima di motivi che hanno a che fare con l’ingiustizia sociale, sono per lo più non scolarizzati, soffrono degli analfabetismi più diversi, dall’incapacità di leggere e scrivere, passando per l’impossibilità di comprendere concetti elementari, per giungere alla difficoltà di gestione degli ambiti emotivi e affettivi. Tutto questo, per giunta, nella più totale inconsapevolezza, non sapendo essi leggere nei loro cuori, nelle loro menti e nelle loro anime, se ne hanno una.   Naturalmente queste criticità non sono un’esclusiva di chi sta in carcere, ma si propagano in tutte le classi sociali più basse, e non per malvagità insita di queste categorie ma per carenze educative e sociali dei contesti in cui sono nate. Si sa infatti che nessun uomo, maschio o femmina che sia, nasce con il desiderio connaturato di rimanere ignorante e maleducato, ne tantomeno di diventare violento o aggressivo. Diventa spesso un’infelice creatura suo malgrado, sopportando le pesanti conseguenze di colpe non sue e conducendo esistenze infelici, spesso senza conoscerne le cause. Nessuno sceglie di essere povero, rimanere ignorante e, per questo, buttare via la sua esistenza.

  Il popolo, comunque lo si voglia chiamare, molto spesso viene punito due volte: prima da chi avrebbe dovuto educarlo (lo STATO) e, non facendolo, lo ha relegato negli angusti confini della barbarie, e poi da una GIUSTIZIA che di giusto non ha neanche l’ombra. Come si dice, per l’appunto, tra i popolani, chi nasce povero è destinato a essere “cornuto e mazziato”. Se non capite questa affermazione, fatevi aiutare da un povero, che di sicuro la conosce.

  Tornando al povero, si fa per dire, Serra, è incappato in uno degli errori meno perdonati nella nostra cultura e cioè si è permesso di dire la verità, cosa questa tanto più grave quanto maggiormente conosciuta da tutti e per questo accuratamente celata. Michele Serra ha osato dire a chiare lettere, impossibili da equivocare, ciò che avviene ovunque e ogni giorno.

  Anatema su di lui, che ha proclamato l’indicibile arrivando a proferire che i poveri, per mancanza di Educazione, non sono educati ne’ corretti ne’ etici, e questo statisticamente MOLTO DIVERSAMENTE dai ricchi. Naturalmente non parliamo dei miserabili arricchiti, peraltro numerosi, che uniscono la superbia all’ignoranza, superando i poveri nei disvalori, ma dei ricchi in senso classico, che, per fortuna di nascita, frequentano scuole, hanno strumenti a disposizione e spesso sono guidati da genitori culturalmente evoluti. Chiaramente queste fortune non mettono nessuno al riparo da condotte devianti o dall’essere ostili al patto sociale, e io ne sono l’esempio vivente,  ma quantomeno riducono il rischio di comportamenti rozzi, maleducazioni varie e atti violenti verso il prossimo. Tra queste disgrazie umane, il bullismo, nelle sue varie forme, spesso è la reazione al senso di fragilità, all’inconsapevolezza, all’incompiutezza identitaria e sfocia nel goffo tentativo di imporre se stessi in un gruppo, utilizzando mezzi inadeguati e spesso ridicoli. Che questo avvenga nei luoghi frequentati maggiormente dalle classi più povere e deprivate culturalmente, è un fatto certo e nessun Telese al mondo potrà metterlo in dubbio.

  La gravità del tentare di mettere in discussione un fatto certo, è accentuata dalla preparazione culturale di chi non può accampare il diritto di sbagliarsi in buona fede. E’ abbastanza stupefacente che invece di tentare di capire le cause di un fenomeno o di dare le colpe a chi le ha nei fatti, si tenti di mettere in dubbio ciò che incerto non è. Invece che analizzare ciò che non va e trovare delle soluzioni, c’è chi preferisce accusare di classismo, chi invece evidenzia le carenze di alcune categorie proprio per venire in aiuto alle medesime. Questo è imperdonabile perché, oltre all’imperizia, c’è la colpa e il dolo. Chi mente sapendo di mentire, essendo nelle condizioni di “pensare”, oltre a tradire se stesso e la sua intelligenza, tenta subdolamente di strumentalizzare un’affermazione durissima ma vera per strappare immeritati applausi. Abbiamo appena visto il film “La classe” ambientato nelle periferie parigine. Chiedo ai ragazzi: Gli allievi erano uguali o diversi, in quanto a “comportamenti” rispetto ai piccoli canadesi del film “Monsieur Lazhar”, che sembravano usciti da una scuola steineriana?

  Questa mistificazione è grave ed è inoltre la dimostrazione che le abilità cognitive non conducono necessariamente a una maturità etica, caratteristica indispensabile in particolar modo per un giornalista o un intellettuale con un ruolo e una responsabilità all’interno della collettività. Questo valga per Luca Telese e per tutti quelli che consapevolmente celano, travisano e usano la verità per scopi personali, a danno della società.   Non c’è perdono possibile per chi sa, e per questo può, e quindi deve.

Saluzzo, 27-4-2018.   

                                                                                                             Emilio Toscani, studente ristretto

Leggi anche la prima parte dei lavori degli studenti della Casa di Reclusione Rodolfo Morandi di Saluzzo